Murales in ricordo di Serafino Cordaro a Tor Bella Monaca
in foto: Murales in ricordo di Serafino Cordaro a Tor Bella Monaca

Lo scorso 13 giugno è arrivata una doccia fredda per tutti coloro che da anni si battono per il riconoscimento dell'esistenza della mafia anche nella capitale. La seconda Corte d'appello di Roma ha fatto decadere l‘articolo 416 bis, quello che definisce il reato di associazione a delinquere di stampo mafiosa, per gli imputati nel processo contro le famiglie Triassi e Fasciani, ritenute responsabili in una lunga serie di attività criminali sul litorale romano. Per i giudici gli affari criminali di Triassi e Fasciani è così ascrivibile alla semplice associazione criminale. Una sentenza incredibile. Prima di tutto perché avviene in un territorio il cui municipio è commissariato per mafia, dove lo Stato ha sanzionato con un provvedimento speciale l'inquinamento della vita civile, sociale ed economica da parte della criminalità organizzata di stampo mafioso; in secondo luogo perché i Triassi rappresentano non un clan d'importazione, ma sono direttamente affiliati a Cosa Nostra, mentre i Fasciani hanno fatto da riferimento per le mafie ‘classiche' sul territorio del litorale romano, mutuandone comportamenti e organizzazione. Una sentenza già parzialmente sconfessata da quella che ha visto il riconoscimento in primo grado del metodo mafioso, per il tentativo di esponenti del centrodestra e della criminalità di Ostia (parliamo del clan Spada, descritto come contiguo ai Fasciani), di mettere le mani su uno stabilimento grazie alla compiacenza di dirigenti del X Municipio.

Non si trattava di riconoscere una struttura mafiosa originaria, ma di sanzionare l'attività di cosche mafiose sul litorale romano. Vale la pena sottolineare come le attività dei clan Triassi e Fasciani, descritte nell'operazione Nuova Alba che ha portato al processo, rientrano nell'alveo tipico di quelle mafiose: inquinamento dell'economia legale tramite capitali illeciti, corruzione e violenza, traffico di droga ed estorsione. Non è mancata neanche la faida e poi la successiva pax mafiosa – garantita da Michele Senese, la più importante figura della camorra nella capitale, in persona – per ripercorrere tutto il cliché per intero. Le mafie a Roma esistono, lo ha riconosciuto lo Stato sciogliendo il X Municipio, ma per le aule di tribunale la mafia a Roma non c'è. Un bel paradosso. Per inciso: neanche quella della Banda della Magliana era un'associazione di stampo mafioso, o almeno così dice l'ultima parola nelle aule di giustizia sull'operazione ‘Colosseo'.

Il negazionismo sulla presenza delle mafie a Roma

Per il network criminale descritto con il nome Banda della Magliana, vi era però da definire una mafia di tipo nuovo, squisitamente ‘romana', cacio e pepe o alla amatriciana, che non trovava riscontri nella classica codificazione giudiziaria della mafia. Anche l'inchiesta ‘Mondo di Mezzo' che ha portato alla luce l'organizzazione denominata dagli inquirenti ‘Mafia Capitale', vede i principali protagonisti alla sbarra imputati per 416 bis. Viene da chiedersi se i giudici accetteranno la tesi dell'associazione di stampo mafioso per un'organizzazione che, ruotando attorno al ruolo e al prestigio criminale di Massimo Carminati, da una parte avrebbe inquinato la vita politica ed economica per accaparrarsi commesse pubbliche, e dall'altra avrebbe rappresentato una sorta di service criminale con a capo il ‘Cecato', in grado di intrattenere e mettere in collegamenti mondi diversi, la strada e i colletti bianchi. Per il Procuratore capo Giuseppe Pignatone Mafia Capitale è “un’organizzazione romana originaria e originale: autoctona anche se collegata ad altre organizzazioni e con caratteri suoi proprie e originali”. E naturalmente è un'organizzazione mafiosa.

Ma sei Triassi e Fasciani non erano mafia, lo sono Buzzi e Carminati? Secondo Francesco De Lellis, ex comandante dei Ros dei carabinieri ora in forze ai servizi segreti che ha seguito la prima fase delle indagini no. De Lellis lo ha detto chiaro e tondo rispondendo alle domande di difensori di Carminati. Un'opinione condivisa da Massimiliano Macilenti, anche lui oggi ai servizi, primo ufficiale del Ros a indagare sugli affari di Carminati e Buzzi (l'udienza è fruibile integralmente in podcast grazie a Radio Radicale). Le parole di De Lellis e Macilenti hanno fatto eco a quelle del magistrato più amato e ascoltato d'Italia, Raffaele Cantone (l'audio della deposizione), che nell'aula bunker di Rebibbia ha detto: “Non spetta all'Anac formulare ipotesi di reato. Questo lo fanno i pubblici ministeri. Noi ci limitiamo a segnalare irregolarità o criticità quando c'è un ‘fumus' di illecito penale, non ci sono mai capitati". Per poi aggiungere: "Credo che il marcio stia soprattutto nella burocrazia, se a valle o a monte non saprei dirlo in termini di percentuale".

Al di là dell'esito giudiziario, un primo grande merito l'inchiesta Mondo di Mezzo, lo ha avuto: mettere (speriamo) la parola fine al negazionismo sulla presenza della mafia a Roma. Quel negazionismo che faceva parlare l'ex prefetto della capitale Giuseppe Pecoraro di scontro tra “tante piccole bande in guerra per assumersi la leadership del traffico di droga”, escludendo che esistesse un problema di radicamento di organizzazioni criminali sul territorio, tutt'al più pronto a riconoscere la presenza del capitale mafioso investito in insospettabili attività criminali. Era il 2011 e Roma era scossa da un'ondata di fatti di sangue legati alla criminalità organizzata senza precedenti: omicidi e gambizzazioni, c'è chi vuole alzare la testa dopo l'arresto del boss Michele Senese, arrivato da Afragola negli anni '80 a Roma, egemone nell'importazione di cocaina.

Mafia capitale è la nuova mafia romana?

Chi vuole capire cosa accade a Roma, si trova così di fronte a due quesiti distinti: il primo se esiste la mafia a Roma, e a domanda possiamo rispondere con la forza dei fatti, e dei numeri di arresti e di sequestri, senza dubbio in maniera affermativa; il secondo se esiste una mafia romana con caratteristiche proprie e originali, come quelle che Pignatone rintraccia in quella che chiama Mafia Capitale. Nel parere di chi scrive il verminaio d'intrecci tra politica, affari e soggetti criminali non basta a definire una mafia originale, anche se questo non esclude a priori l'utilizzo del reato di 416 bis che è così definito dal codice penale:

L'associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omerta? che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri.

L'ipotesi degli inquirenti è che Mafia Capitale rappresenti un sodalizio criminale di tipo mafioso in grado di influenzare scelte politiche e personaggi di ogni schieramento, al fine di accaparrarsi una fetta di commesse pubbliche in diversi settori. Un sistema che si serve di elementi insospettabili, come professionisti e uomini dello Stato, ma anche di elementi che vengono dalla criminalità comune. Per altri si tratterebbe solo – si fa per dire – di corruzione. Questa immagine di una mafia romana nata e cresciuta all'ombra dei palazzi del potere, tra intrighi e trame occulte, che scaturisce dalla storia della Banda della Magliana, è uscita rafforzata dalla narrazione dell'inchiesta esplosa il 2 dicembre del 2014. Basta pensare ai luoghi e i personaggi del film Suburra, dove tutta la storia si svolge fuori e dentro le stanze dei bottoni, una trama che si muove tra alto e basso, dove unendo i puntini si ricostruisce un milieu che assomiglia a un comitato d'affari occulto. L'unico territorio periferico rappresentato è Ostia, ma solo perché oggetto degli appetiti economici della cricca politico-criminale. Il potere criminale e mafioso non si vede mai dispiegato nella vita del litorale, il peso sui cittadini comuni e la vita quotidiana.

Le mani sulle periferie dei nuovi clan

Per capire cosa sia la mafia a Roma, e soprattutto se esiste una mafia romana bisogna invece allontanarsi dal Campidoglio. Fissare il proprio sguardo sulle periferie della città a ridosso del Grande raccordo anulare. Su quei quartieri nati tra gli anni '70 e gli anni '80, protagonisti anche di grandi storie di lotte e dignità, ora governati dallo spaccio di stupefacenti. Per capire cosa accade a Roma dobbiamo guardare alla Scampia degli anni '90 , e non al ricordo della Banda e delle batterie di rapinatori di quartiere che scalavano l'Olimpo criminale. Rintracciare due delle principali caratteristiche delle mafie: il controllo del territorio e la costruzione del consenso. Vedette, pusher messi a stipendio, cancellate nelle palazzine popolari, depositi di armi e droga tra cortili e cantine: ecco le piazze di spaccio a Roma, a San Basilio e Tor Bella Monaca, ma anche al Quarticciolo e Ponte di Nona. Eccolo il controllo del territorio che va di pari passo con la costruzione del consenso sostenuto dagli introiti della droga. Negli ultimi mesi sta emergendo dalle inchieste un esercito di così detti insospettabili coinvolti nel traffico della droga: donne e uomini, a volte anche anziani, che ‘reggono' chili e chili di sostanze stupefacenti nelle loro abitazioni, in modo da metterle al sicuro da eventuali retate.

Indugiare con lo sguardo notte e giorno sulle periferie di Roma. Contando le macchine che fanno la fila per comprare i pezzi di cocaina, le vedette che si danno il cambio, i tossicodipendenti che si bucano in mezzo alla strada a Tor Bella Monaca, i pusher che fanno su e giù, passano a prendere lo stipendio della giornata e a depositare l'incasso. Ragazzini messi a stipendio, allettati dal ricompenso economico e dal prestigio, difesi dagli avvocati dell'organizzazione, con la certezza che le famiglie continueranno a ricevere il mensile anche dopo l'ingresso in carcere. Guardare senza criminalizzare, restituendo invece l'immagine della complessità, magari raccontando anche le tante storie di emancipazione e di chi faticosamente crea spazi di democrazia e cultura.

Non è vero che con gli immigrati si fanno più soldi che con la droga

“Con gli immigrati si fanno più soldi che con la droga”. Questa frase – pronunciata da Salvatore Buzzi in un'intercettazione – è ormai diventata celebre ed è stata ampiamente propagandata dalla Procura e dagli organi d'informazione, nonostante sia ampiamente falsa. Si è data alla parola di Buzzi il dono della verità, nonostante sia evidente che il mercato della droga frutta molto di più dell'accaparrarsi seppur ricche commesse per l'assegnazione di centri d'accoglienza per l'emergenza di turno. E proprio grazie allo spaccio di droga che famiglie e nomi nuovi a Roma stanno costruendo le loro fortune, insediandosi in alcuni territori, organizzando a partire da questi la propria struttura criminale. Il mercato degli stupefacenti sta rendendo possibile un'accumulazione originaria di capitale mafioso per nuovi soggetti criminali. Se una mafia romana, originale e con caratteristiche proprie sta nascendo, è a questi importanti elementi di novità che bisogna guardare.

Il clan Cordaro di Tor Bella Monaca

Nel caseggiato R9 di Tor Bella Monaca c'è un murales con il viso di Serafino Cordaro, esponente di spicco dell'omonima famiglia di origine siciliane che controlla una delle principali piazze di spaccio del quartiere. L'uomo, freddato il marzo del 2013 nel corso della lotta per il controllo delle piazze, è definito “il nostro Angelo”, come se vegliasse sul quartiere e la sua gente. Un'immagine che parla da sola, del prestigio e del peso criminale esibito in pubblico. Il clan Cordaro rappresenta un esempio efficace di questa mafia emergente che, al pari delle mafie classiche che hanno origine nel Sud Italia, è organizzata attorno a un nucleo familiare: i vincoli di sangue, che garantiscono unità d'intenti e compattezza, rappresentano un innegabile vantaggio.

Nessuno sa che evoluzione avrà questa nuova mafia romana e se prenderà le caratteristiche tipiche della criminalità organizzata. Per queste famiglie che gestiscono lo spaccio e altre attività criminali in alcune zone della città, è indispensabile il rapporto con ‘ndrangheta, mafia e camorra: non possedendo il capitale, i contatti e l'organizzazione necessaria per farlo, qualcun altro deve rifornire le piazze di spaccio di grossi quantitativi di cocaina. Ma le cose potrebbero cambiare quando le famiglie romane avranno abbastanza soldi per fare il salto di qualità, e il sequestro arrivato oggi di 3 milioni di euro di beni tra ristoranti, case, conti correnti e una squadra di calcio proprio al clan Cordaro, mostrano come il salto di qualità non è poi così forse così lontano.