Un'immagine che ha fatto da contraltare alla violenza, in particolare a quel funzionario che urla durante una carica "se tirano qualcosa spezzategli un braccio". Uno scatto su cui sono stati versati in pochi giorni fiumi di inchiostro e opinioni, dai giornali ai social network, dalle televisioni alle chiacchiera in famiglia e tra amici. È la foto di un poliziotto che "accarezza" il viso di una rifugiata in piazza Indipendenza a Roma, durante il violento sgombero dei rifugiti eritrei e somali che ha scatenato altrettante polemiche sulla gestione dell'ordine pubblico.

Ora quelle immagini assumono un nuovo significato alla luce di un intervento firmato da Vincenzo Canterini, il dirigente che guidò l'irruzione nella scuola Diaz durante il G8 di Genova ormai 16 anni fa, che al quotidiano il Tempo rivela come quell'agente del reparto mobile era uno dei suoi uomini all'epoca. La "macelleria messicana" della scuola Diaz, così come le torture nella caserma di Bolzaneto rimangono una delle pagine più buie della condotta delle forze dell'ordine nella storia dell'Italia democratica.

Ecco cosa scrive Canterini nella lettera titolata "Una carezza dalla Diaz":

Certo si dirà parla Canterini, "quello della Diaz". E allora facciamo che smettiamo di parlare di me e parliamo di un altro poliziotto, che so per certo essere un poliziotto modello e che da ieri, grazie a una foto, è diventato l'esempio della polizia dal volto umano. La patente di agente non picchiatore glie l'ha rilasciata lo stesso partito dell'antipolizia commosso per la foto simbolo che lo ritrae mentre accarezza una signora extracomunitaria.

Per Canterini insomma se quel poliziotto è "buono" e rappresenta la polizia dal "volto umano", vuol dire che anche il suo comando e i fatti della Diaz vanno assolti, dato che proprio quell'agente partecipo all'irruzione:

Lo sanno tutti a Roma chi è quel poliziotto perché da anni rischia la pelle in piazza come tanti suoi colleghi che con me erano a Genova, ed erano alla Diaz. Quel bravo poliziotto non ha cominciato ieri ad essere un modello perché bene, anzi benissimo, si comportò all'interno di quella scuola che venimmo improvvidamente chiamati a sgomberare. Non se ne può fare il nome né il nomignolo perché chi ha visto la morte in faccia a Genova, come noi del Settimo, da quel giorno del 2001 non ha più un'identità.