L'elezioni suppletive del prossimo 1 marzo a Roma sono state un'occasione persa per affrontare il futuro del centro storico di Roma. Il sistema di voto che prevede la designazione dei parlamentari sulla base di collegi elettorali su una base piuttosto ristretta, dovrebbe favorire l'elezione di rappresentanti molto legati ai territori e ai loro bisogni. Eletti che dovrebbero farsi carico dei problemi dei loro territori di provenienza, rappresentando le istanze dei cittadini che direttamente li hanno eletti. Purtroppo spesso e volentieri non è così. Questo sia per le scelte compiute dai partiti nella compilazione delle liste elettorali, che hanno fatto precipitare candidati spesso estranei ai territori che avrebbero dovuto rappresentare, che per una cultura politica molto diffusa per cui il mandato politico degli eletti non è quasi mai strettamente legato alla rappresentanza dei territori, come succede ad esempio negli Usa.

Il centro storico di Roma, dove vivono quei 150.000 elettori chiamati alle urne la prossima domenica, è un territorio unico al mondo. Per la concentrazione di un patrimonio culturale immenso e stratificato, per essere sede del governo nazionale e di importanti sedi istituzionali, e allo stesso tempo di distretti del divertimento (la così detta ‘movida'), perché qua c'è anche San Pietro e Città del Vaticano. Una zona dove insiste uno dei flussi turistici più intensi del mondo (29 milioni i visitatori solo dall'estero nel 2019), e dove la dinamica del mercato immobiliare è stata stravolta dall'avvento di Airbnb.

Ci sarebbe oggi più che mai bisogno di discutere del futuro del centro storico di Roma. Del suo sviluppo, della sua tutela, della sua vivibilità. Del difficile equilibrio che serve per renderlo accessibile a tutti (è patrimonio dell'umanità) e allo stesso tempo preservarne il patrimonio. Di come creare itinerari e una cultura del turismo diversa al tempo dei voli low cost e delle vacanze mordi e fuggi. Come si fa allo stesso tempo a non livellare verso il basso la città turistica, tra brutti souvenir e forsennati tour in soli pochi monumenti da cartolina, gestendo senza respingerli i turisti di tutto il mondo? Una sfida che avrebbe bisogno di un ruolo della politica e dell'intervento pubblico lontanissimo da quello che è ad oggi. Varrebbe ad esempio la pena discutere se il centro storico è un luogo dove abitare, o esclusivamente dove soggiornare, se le funzioni direzionali che ancora accoglie vadano ad esempio decentrate (come si discute dalla fine degli anni'80). Parlare di Roma insomma come di una Città Globale, così come le ha descritte Saskia Sassen in un saggio del 1997 diventato ormai una pietra miliare.

Nelle elezioni suppletive per scegliere il sostituto di Paolo Gentiloni i candidati non hanno quasi mai parlato di tutto ciò, al massimo abbiamo assistito a generiche affermazioni sul decoro della città o sulla necessità di valorizzare il patrimonio artistico. Il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri, candidato del centrosinistra, è stato assorbito negli ultimi giorni negli impegni istituzionali causa nuovo coronavirus, ma c'è da dire che nonostante il suo ruolo ha fatto una discreta campagna elettorale in un collegio dato per "blindato" dal Partito Democratico. Maurizio Leo, vicino a Giorgia Meloni e candidato del centrodestra, si è piuttosto concentrato a discutere delle politiche fiscali del Governo per sfidare sul piano della politica nazionale Gualtieri. Il Movimento 5 stelle dal canto suo si è presentato alla sfida con Rossella Rendina, sconosciuta attivista fino a questo momento, che non ha aggiunto molto al dibattito già molto povero, se non generiche proposte per la sostenibilità ambientale.

Tra i sette candidati neanche un confronto diretto, neanche un convegno o una proposta di legge particolare da presentare ai cittadini. Una campagna elettorale sottotono, marginale nel dibattito della città. Un'occasione persa.