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Opinioni
17 Giugno 2020
8:15

Massimo Carminati è fuori dal carcere ma non vuol dire che ha vinto Mafia Capitale

Per quanto possa essere un simbolo l’uscita dal carcere di Massimo Carminati dopo 5 anni e 7 mesi non vuol dire che ha vinto il sistema che ha prodotto Mafia Capitale, piegando l’interesse e le risorse della collettività ai bisogno di pochi. Non scambiamo la giustizia per vendetta, non bisogna mai avere paura quando le garanzie degli imputati vengono rispettate.
A cura di Valerio Renzi
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Massimo Carminati all’uscita dal carcere di Oristano
Massimo Carminati all’uscita dal carcere di Oristano

Sono le 13.30 quando Massimo Carminati esce dal carcere di Oristano, in Sardegna, dopo cinque anni e sette mesi di detenzione. Un periodo che il Cecato ha passato quasi tutto in regime di carcere duro o di 41bis, il carcere riservato ai boss mafiosi e ai terroristi. Ma la Corte di Cassazione ha stabilito che le due distinte associazioni criminali guidate da Carminati, una insieme al ras delle coop Salvatore Buzzi, l'altra con al vertice il solo Carminati dedita soprattutto ad attività come il recupero crediti, non erano associazioni a delinquere di stampo mafioso, rimandando le carte in Corte d'Assise. Così prima Carminati è uscito dal 41bis, poi è tornato libero per decorrenza dei termini.

Figura ormai sospesa tra realtà e fiction, tra il Samurai di Suburra e il Nero di Romanzo Criminale, il 62enne che ha legato il suo nome a una lunga carriera criminale tra eversione neofascista e Banda della Magliana, si è materializzato davanti ai fotografi non come il personaggio di uno sceneggiato televisivo ma nella sua corporeità.

E qui, di fronte alla materialità dell'uomo e del suo presunto potere, dobbiamo affermare che anche se Carminati torna libero per la decorrenza dei tempi di legge per la detenzione cautelare, non ha vinto lui e non ha vinto il sistema che ha prodotto Mafia Capitale piegando l'interesse collettivo ai profitti di pochi, speculando sui bisogni dei più deboli. Solo chi ha interiorizzato un malinteso senso di giustizia che finisce per coincidere con la vendetta e l'inflizione di sofferenza lo può pensare.

Sarebbe utile discutere e a lungo degli effetti a più di cinque anni di distanza del ciclone giudiziario scatenato dall'inchiesta Mondo di Mezzo, affrontando temi complessi come quelli delle regole per gli appalti (troppo spesso punitivi per le piccole realtà, molto favorevoli ai grandi gruppi) e del welfare cittadino, dove una idea di legalità discutibile ha additato troppo a lungo l'erogazione di servizi per i più deboli alla corruzione e al malaffare, ma non è questa la sede.

Quello che ora è importante ribadire è che se Mafia Capitale non era mafia, a Roma le mafie esistono (come ribadito dalla stessa sentenza di Cassazione su Mondo di Mezzo) e gestiscono interi settori dell'economia cittadini e hanno espropriato intere zone della capitale, e che anche se Carminati non è un boss mafioso, ma il capo di un'associazione dedita alla corruzione e alla distrazione di risorse pubbliche, oltre che una figura di riferimento per la criminalità romana che andava a ridimere controversie davanti al suo giudizio, la gravità dei fatti venuti alla luce rimane intatta.

Ricordiamocelo mentre già c'è la corsa alla riabilitazione dell'immagine della città "imbrattata" dall'inchiesta, quando illustri esponenti politici del centrodestra già chiedono la riabilitazione dell'amministrazione di Gianni Alemanno, riconosciuto come punto di riferimento della cricca, e dell'ambiente politico della destra romana colpito dall'inchiesta.

Massimo Carminati è uscito dal carcere, è stato potente e forse lo è ancora, ma non è il Re di niente.

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