A Roma ancora pochi giorni prima della deflagrazione dell’inchiesta Mondo di Mezzo, c’erano autorevoli esponenti delle istituzioni che negavano che a Roma esistessero fenomeni propriamente mafiosi. Un negazionismo che dal dicembre 2014 è una posizione (per fortuna) insostenibile nel dibattito pubblico. Il paradosso vuole che per la Cassazione Mafia Capitale non fu mafia. I giudici della suprema corte hanno confermato la sentenza di primo grado (qui un'analisi più approfondita delle ragioni di quel primo pronunciamento), successivamente ribaltata in appello.

Ma se Mafia Capitale non è mafia questo non vuol dire che la mafia a Roma non esiste. Di più: a Roma esistono anche mafie “originali e originarie”, proprio come la procura ha descritto il gruppo criminale organizzato attorno a Buzzi e Carminati. Che a Roma la mafia c’è ce lo racconta prima di tutto l’esperienza comune: interi quartieri, decine di migliaia di persone, vivono in territori assoggettati alle organizzazioni mafiose che gestiscono le piazze di spaccio. Qui le mafie suppliscono alla mancanza del welfare e al vuoto di opportunità. Passando in alcune zone della città poi, dalla periferia dove sorgono dal nulla ‘casinò’ dove non entra mai nessuno al centro dove boutique fanno lavori di ristrutturazione ogni anno, è chiaro a chiunque abbia un po’ di buonsenso che lì le mafie investono e riciclano il loro denaro. Ce lo raccontano anche le sentenze e le inchieste: solo lo scorso settembre i giudici di Corte d'Assise hanno condannato per mafia, con diversi ergastoli, affiliati e boss del Clan Spada di Ostia. A Roma le mafie spadroneggiano con la violenza e con il denaro, immettendo sul mercato fiumi di droga e capitali da far fruttare. Fanno affari milionari con i colletti bianchi ed elargiscono le briciole agli ultimi.

La sentenza su Mafia Capitale, che vede comunque comminate pene molto alte ai protagonisti, ha confermato  l'esistenza un sistema di corruzione radicato e pernicioso, in grado di inquinare la vita politica, economica e sociale della città. Non si tratta solo "radicato malcostume di questo Paese", come i difensori dei principali imputati hanno provato a minimizzare nel corso delle arringhe finali. Che l’organizzazione di Salvatore Buzzi e Massimo Carminati non è ascrivibile alla fattispecie descritta dal 416 bis, non toglie nulla alla gravità dei fatti. Come non toglie nulla alla presenza delle mafie a Roma. Insomma: non è vero che secondo i giudici la mafia in città non esiste.

Ora tocca alla società civile prima di tutto il compito di organizzare un movimento antimafia che a Roma, oltre i propositi di rito, ancora non esiste. Alle istituzioni il compito di tenere alta la guardia, per non tornare ai tempi in cui la mafia a Roma c'era ma nessuno la vedeva.