Lo scorso venerdì 20 settembre una rivolta è scoppiata all'interno del CPR (come sono stati ribattezzati i CIE) di Ponte Galeria a Roma. Un gruppo di migranti reclusi nella struttura ha dato fuoco ai materassi e ad altri suppellettili rendendo la struttura inagibile. Le fiamme il fumo hanno pesantemente danneggiato quattro sezioni su sei, ma di queste solo una è stata chiusa. Decine di migranti sono così costretti da cinque giorni a dormire all'aria aperta, nonostante il maltempo. A innescare la rivolta il rimpatrio di undici cittadini di nazionalità nigeriana che, una volta informati dell'imminenza del volo che li avrebbe riportati nel paese di provenienza, hanno deciso di far scattare la protesta nella speranza – probabilmente – di riuscire ad evadere dalla struttura come già accaduto in passato. Dopo la rivolta si sono verificati anche dei trasferimenti, motivati con la necessità di alleggerire il CPR devastato dalle fumo e dalle fiamme. Sei uomini sono stati trasferiti al CPR di Palazzo San Gervasio.

Questa mattina all'interno del CPR vi erano 93 uomini e 39 donne. Le sezioni maschili sono quelle dove la tensione è più palpabile, come riscontrato durante la visita dei consiglieri regionali Marta Bonafoni (Lista Civica Zingaretti) e Alessandro Capriccioli (+ Europa), che da anni si occupano di monitorare cosa accade in luoghi come questo, troppo spesso veri e propri buchi neri inaccessibili alla stampa e alla società civile. E proprio la rete LasciateCientrare, con altre associazioni, era tornata a ribadire negli scorsi giorni la necessità di fare luce su quanto sta accadendo a Ponte Galeria. Come ha potuto riscontrare Fanpage.it le condizioni di vita in questi giorni solo allo stremo: si dorme su pochi materassi gettati in terra: bagni, spazi comuni e camerate nelle sezioni coinvolte sono inutilizzabili. Tutto è buio e coperto di fuliggine, l'aria all'interno è irrespirabile e i pochi oggetti che accompagnano la vita quotidiana in questo luogo di sospensione delle vite dei reclusi sono sparsi per i cortili.

L'atmosfera è più pesante del solito e l'esasperazione è evidente. I detenuti si lamentano in particolare modo della mancanza di cure mediche adeguate. In particolare un ragazzo tunisino di 22 anni è visibilmente sofferente: indossa un busto attorno alla pancia, sulla schiena una cicatrice di un'operazione alla colonna vertebrale. Dall'infermeria spiegano che sta arrivando la sua RX e poi decideranno come procedere, se dovrà essere sottoposto a una nuova operazione. Il personale medico è pagato dall'ente gestore, mentre da più di un anno non è più operativo il protocollo con l'Asl che consentiva cure e controlli più celeri. Un detenuto lamenta un dolore costante ai reni ("mi fanno le iniezioni ma poi torna"), un altro mostra una mano bendata e dolorante.

Le condizioni di sofferenza nel reparto maschile sono state verificate da Bonafoni e Capriccioli che hanno chiesto un incontro urgente alla prefetta Gerarda Pantaleone: "Abbiamo ripetuto più di una volta che luoghi di detenzione e di concentrazione come i Cpr non possono che peggiorare le condizioni psicofisiche e calpestare la dignità di persone che si trovano già in una situazione di obiettiva fragilità: ma, al di là delle considerazioni generali, la situazione specifica di Ponte Galeria, dopo gli accadimenti dei giorni scorsi, deve essere affrontata e risolta con urgenza".

La sezione maschile del CPR di Ponte Galeria ha riaperto lo scorso giugno. Quella di venerdì è la seconda rivolta in tre mesi: già lo scorso luglio un gruppo di migranti era riuscito a fuggire. Invece di costruire mura sempre più alte, di rendere sempre più simile a un carcere un luogo dove si finisce senza aver commesso nessun reato, se non quello di non essere regolarmente residenti in Italia, sarebbe il caso di mettere in discussione l'esistenza stessa di luoghi come questi. A vent'anni dalla nascita dei Cpt (Centri di Permanenza Temporanea) istituiti dalla legge Turco-Napolitano, il fallimento della detenzione amministrativa dei migranti è sotto gli occhi di tutti. A meno che non si vogliano vedere le sofferenze, gli arbitri e troppo spesso gli abusi che accadono in questi gironi dove a decidere la sorte di ogni storia individuale è una girandola kafkiana di corsi e ricorsi amministrativi. Intanto si rimane qui, rinchiusi, in attesa.