Quando è stata eletta, poco meno di due anni fa anche se sembra passata un'era geologica, Virginia Raggi scandiva durante la sua prima conferenza stampa: "Mi sento di dire che questo momento segna una svolta, per la prima volta Roma ha un sindaco donna, in un momento in cui le pari opportunità sono solo una chimera, questo cambiamento è fondamentale e noi lo dobbiamo al Movimento 5 stelle, a Beppe Grillo e a Gianroberto Casaleggio, che hanno avuto la lungimiranza di portare avanti un progetto importante". Qualche giorno dopo, a manifestare sotto le sue finestre erano proprio le donne, che chiedevano all'amministrazione appena insediata di fare marcia indietro sul  taglio delle risorse destinate ai centri antiviolenza, primo capitolo di un rapporto travagliato e conflittuale tra il governo della capitale del Movimento 5 stelle, e le tante realtà associative e sociali che in questi anni hanno costruito e sedimentato progetti spesso in stretta relazione con l'amministrazione pubblica. È il caso della Casa Internazionale delle Donne, la cui storia inizia nel 1976 con l'occupazione da parte del movimento femminista di Palazzo Nardini in via del Governo Vecchio, e potrebbe finire ora con la mozione approvata la scorsa settimana in aula Giulio Cesare tra le proteste.

Tutto inizia con l'avviso di sfratto che la Casa Internazionale delle Donne riceve per morosità nei confronti di Roma Capitale. Da anni le associazioni che costituiscono il consorzio assegnatario del complesso del Buon Pastore di via della Lungara chiedono una rivalutazione del canone d'affitto a fronte dei servizi offerti, e su questa strada, dopo le accese proteste, sembra che uno spazio di trattativa ci sia. È il 14 novembre e l'assessora al Patrimonio Rosalba Castiglione scrive una nota congiunta con l'assessora alle Pari Opportunità Flavia Marzano: "Abbiamo incontrato le rappresentanti del Consorzio Casa Internazionale delle Donne ed esaminato con attenzione la documentazione. È stato un confronto aperto e costruttivo. Abbiamo concordato di vederci nuovamente i primi di dicembre. Siamo sicure, anche alla luce dei nuovi elementi esaminati, di poter arrivare a una soluzione condivisa”.

Sembra che la vicenda si possa risolvere per il meglio, ma poi la questione arriva in Commissione Elette dell'assemblea capitolina. Qui viene presentata una relazione firmata dalle elette del Movimento 5 stelle, che nei fatti giudica un fallimento l'esperienza della Casa Internazionale delle Donne, chiarendo come il consorzio delle associazioni avrebbe mancato gli obiettivi stabiliti dalla convenzione, soprattutto sotto il profilo della sostenibilità economica. Con la calcolatrice del ragioniere in mano viene così presentata una mozione che di fatto mette fine all'autonomia dell'esperienza. Il testo votato in modo unanime dalla maggioranza "impegna la Sindaca e la Giunta a riallineare e a promuovere il ‘Progetto casa internazionale della donna' alle moderne esigenze dell'Amministrazione e della cittadinanza, attraverso la creazione di un centro di coordinamento gestito da Roma Capitale prevedendo con appositi bandi, il coinvolgimento delle associazioni". Prima firmataria Gemma Guerrini, la consigliera che si è distinta per una vera e propria crociata contro l'arena del Cinema America in piazza San Cosimato.

Oggi nuovo incontro tra l'amministrazione e le donne della Casa. Sotto le finestre dell'assessora Marzano è atteso un numeroso e determinato presidio che accompagnerà la delegazione al tavolo di trattativa. Eccoci così di fronte al paradosso della prima sindaca di Roma che potrebbe chiudere la Casa Internazionale delle Donne, perché una cosa le associazioni hanno chiarito: di rinunciare alla propria autonomia e autodeterminazione non hanno nessuna intenzione. E se le elette del MoVimento non hanno manifestato grosso interesse per le istanze portate avanti dalla Cid, Virginia Raggi al momento non ha fatto sentire la sua voce per tutelare gli spazi di autonomia delle donne a Roma