Grazie a un accesso agli atti formale presentato dalle associazioni A Buon Diritto e AlterEgo – Fabbrica dei diritti da oggi conosciamo il protocollo operativo siglato dalla Prefettura di Roma e da Roma Capitale, rispetto agli sgomberi da effettuare in città. Il documento (che ora è consultabile) annuncia una nuova stagione di sgomberi. Le sei priorità individuate sono il palazzo di via Carlo Felice n. 69 a San Giovanni; l'occupazione di via Cardinal Capranica 37  a Primavalle; l'ex Fabbrica di Penicillina su via Tiburtina; l'edificio di via dell'Impruneta 51 a Magliana. E poi i palazzi occupati di via Raffaele Costi e via Collatina 385.

Si tratta di migliaia di persone, molte famiglie e bambini, la maggior parte dei quali frequentano le scuole attorno alle occupazioni. Ci sono poi due veri e propri ghetti come quello di via Costi e dell'ex fabbrica di via Tiburtina, dove vivono migliaia di persone, soprattutto migranti e richiedenti asilo. Sgomberi che rischiano di creare una vera e propria emergenza all'interno della città, se non vengono individuate situazioni alternative adeguate.

I criteri stabiliti per stilare le priorità  degli sgomberi sono: immobili "che presentino precarie condizioni di sicurezza"; immobili "per la cui liberazione sia stato promosso giudizio di ottemperanza", quindi dove l'ordine arrivi da una sentenza ;immobili "gravati da sequestro preventivo in attesa di esecuzione". Le modalità dell'esecuzione saranno poi decise dal Comitato per l'ordine pubblico e la sicurezza, che stabilirà come intervenire.

Secondo i legali di AlterEgo, che da tempo seguono le condizioni di vita degli ultimi a Roma, il documento sarebbe assolutamente manchevole sotto il profilo delle alternative e della tutela dei soggetti più fragili, nonostante citi esplicitamente le circolari del ministero dell'Interno redatte all'indomani dello sgombero di piazza Indipendenza che chiedeva di approntare delle risposte credibili ai bisogni dei senza casa, prima di procedere con azioni di sgombero forzoso. Si era parlato dell'utilizzo dei beni confiscati alle mafie e del patrimonio pubblico inutilizzato da mettere a disposizione di tali emergenze, azione di cui al momento non risulta esserci traccia.

"Negli sgomberi che si sono verificati in questi mesi abbiamo avuto modo di constatare come le soluzioni alloggiative alternative offerte a quelle poche persone ritenute “fragili” siano state sempre dei meri centri istituzionali di accoglienza, per un tempo peraltro limitato (6 mesi).  – scrivono – Ciò è accaduto anche quando le persone sgomberate si trovavano in una situazione di sola ‘fragilità economica' e non di ‘fragilità sociale'e, comunque, anche in quest’ultimo caso nessun percorso di autonomia è stato messo in campo dalla Giunta Capitolina neanche nei riguardi degli sgomberati ospitati in tali centri".

Come se non bastasse la categoria delle "fragilità", è estremamente ristretta, comprendendo solo donne con minori, donne incinte, anziani malati, che nella maggior parte dei casi rifiutano la rottura del nucleo familiare. Inoltre, sottolineano le associazioni, le istituzioni non fanno nessuna differenza tra "occupazioni abitative" e vere e proprie "favelas". Infatti "accanto ad occupazioni storiche che rappresentano delle conquiste del movimento per il diritto all’abitare ed anche delle esperienze di riqualificazione urbana, ci sono "baraccopoli create all’interno di edifici pericolanti in cui centinaia di persone sopravvivono in mezzo all’amianto, a rifiuti tossici e residui chimici ed è proprio il caso di via Tiburtina 1040 (sede dismessa dell’ex Fabbrica della Penicillina dove attualmente sono presenti 600 persone) e di via Raffaele Costi".

Situazioni in cui quotidianamente vengono violati i diritti fondamentali e che in uno Stato di Diritto non solo non dovrebbero esistere, ma dovrebbero essere evacuati e bonificati, garantendo situazioni di vita dignitose a chi vi ha trovato rifugio.