Ignazio Marino ha presentato questa mattina l'attesissimo libro "Un marziano a Roma". Aveva annunciato "farò nomi e cognomi". In realtà, nelle oltre trecento pagine che raccontano i due anni e mezzo di racconto del governo della città, non c'è nulla di eclatante, se non quelli che possono essere catalogati come consigli non richiesti da parte di esponenti del Partito democratico. Pressioni, certo, ma nulla di penalmente rilevante o di scandaloso. Escono fuori ad esempio i nomi del braccio destro di Matteo Renzi Lorenzo Guerini, dell'ex assessore Marco Causi e del veltroniano Walter Verini.

Racconta una rivoluzione incompleta Ignazio Marino nel suo libro: la chiusura della discarica di Malagrotta, i progetti di pedonalizzazione dei Fori Imperiali, l'inchiesta sul patrimonio immobiliare pubblico, la battaglia per la trasparenza e quella contro i tentacoli di mafia capitale sul Campidoglio. Una rivoluzione però di cui i romani sembrano non essersene accorti. Snocciola numeri e appunti, mappe e dati Ignazio Marino, che spiega di averli appuntati per mesi nei suoi famosi quaderni pieni di resoconti e dossier.

Il libro finisce per essere una lunga requisitoria in sua difesa, non accetta di finire sul banco degli imputati l'ex sindaco, e un elenco di successi della sua amministrazione. Attacca soprattutto Matteo Renzi, il "mandante" di quelle "ventisei coltellate", che sono altrettante firme depositate dal notaio per costringerlo alle dimissioni. Ma non risparmia nessuno Marino, neanche Nicola Zingaretti, accusato di fatto di prendere per la gola la città tenendo in mano il cordone della borsa.

La verità è che "il Marziano" non sembra mai essere atterrato a Roma. Marino si descrive sempre come incolpevole o inconsapevole, a seconda dei casi. Estraneo ai problemi della città, che scopre giorno dopo giorno, estraneo all'amministrazione (che non può essere sempre e solo corrotta, ma avrebbe bisogno di indicazioni politiche e di governo) e alla sua parte politica (che non è solo quella inquisita all'interno di mafia capitale).

Al massimo ammette "un difetto di comunicazione" Marino. Per il resto sarebbe andato tutto bene, se non fosse stato per il suo partito, per il Governo, per le mafie, per i poteri forti, per i giornali, per il buco di bilancio e per i lacci dei vincoli di bilancio. Troppo per un uomo solo. La narrazione del cavaliere senza macchia e senza paura, fatto fuori perché non ha accettato di cedere ai compromessi, se pur utile per il futuro di Ignazio Marino, rischia però di personalizzare i problemi della città e di essere un po' troppo semplicistica e auto consolatoria.