È il 3 dicembre del 2014 quando i consiglieri comunali e una truppa di parlamentari romani del Movimento 5 stelle, capitanati da Alessandro Di Battista, Roberta Lombardi e Paola Taverna, tengono una conferenza stampa in Campidoglio per chiedere lo scioglimento del consiglio comunale, le dimissioni del sindaco Ignazio Marino e che si faccia pulizia nel palazzo. Il giorno prima lo tsunami di Mafia Capitale si era abbattuto sulla città, non lasciando in piedi quasi nulla. Seduto al lungo tavolo, di fronte ai microfoni si trova Marcello De Vito, dietro, in piedi e un po' defilata, la futura sindaca Virginia Raggi che gli strapperà la candidatura due anni dopo. Davanti agli esponenti pentastellati delle arance, quelle che secondo il detto popolare si portano ai carcerati, a simboleggiare che fine deve fare un'intera classe politica che da metà degli anni '90 ha governato la città.

Oggi Marcello De Vito, eletto con 6700 preferenze e diventato presidente dell'Assemblea Capitolina, è stato arrestato con l'accusa di corruzione. Si sarebbe messo al servizio di diversi imprenditori in virtù del suo ruolo politico. Avrebbe preso denaro dai fratelli Claudio e Pierluigi Toti per interessarsi al futuro dell'area degli ex Mercati Generali di via Ostiense, con Luca Parnasi (e da qua nasce l'inchiesta) si sarebbe impegnato per accelerare l'iter di approvazione dello Stadio della Roma, con l'immobiliarista Giuseppe Statuto per trasformare l'ex stazione di Trastevere in un hotel di lusso.

Ascritto ai grillini di rito ortodosso, a lungo avversario e concorrente della sindaca Raggi, fedelissimo di Roberta Lombardi, Marcello De Vito è un militante della prima ora. La notizia dell'arresto ha gettato nel panico e nello sconforto i pentastellati romani, poi l'indicazione chiarissima da Luigi Di Maio che fa tutto da solo: "Marcello De Vito è fuori dal MoVimento 5 Stelle. Mi assumo io la responsabilità di questa decisione, come capo politico, e l’ho già comunicata ai probiviri". Subito dopo arriva la scomunica di Virginia Raggi. Eppure non basta: il Movimento 5 stelle non può far finta di non vedere che esiste una Questione Capitale, e non riguarda solo quelli che c'erano prima.

Ritorniamo a quella foto. Quella delle arance. Perché è l'esatto momento in cui il Movimento 5 stelle ha cominciato la sua corsa nella capitale terminata con il trionfo di Virginia Raggi accolta al grido di "onestà, onestà", con la promessa di cambiare tutto e di trasformare il palazzo degli intrighi e delle pressioni, dei rapporti occulti e dei favori in una "casa di vetro". Oggi cosa rimane di quell'onda? Poco o nulla. La capacità di gruppi di potere e funzionari interni al Campidoglio, come ad esempio quello raccolto attorno all'ex consigliere della sindaca Raffaele Marra o attorno all'avvocato Luca Lanzalone, di esercitare pressioni e accaparrarsi potere, ne hanno offuscato già da tempo l'immagine. A voler essere magnanimi i cittadini-portavoce si sono dimostrati troppo ingenui. Con l'arresto eccellente di oggi un'ombra si allunga poi su alcune delle scelte prese per il futuro della città: è possibile scindere l'iter politico-amministrativo di un'opera come lo stadio dalle vicende giudiziarie? E questo al di là di come finirà la vicenda sotto il profilo penale. In tanto, dopo quasi tre anni di governo del Movimento 5 stelle, la percezione dei romani sui problemi di fondo della città non è di molto migliorata: trasporti, servizi, raccolta dei rifiuti. A Roma si vive sempre peggio.

Esiste una Questione Capitale che la sindaca Virginia Raggi e i vertici del M5s dovrebbero avere il coraggio di affrontare a viso aperto. La difficoltà di formare una nuova classe dirigente, la necessità di affidarsi a tecnici ed esperti, hanno mostrato i limiti del progetto di governo pentastellato della capitale, e aperto gli spazi dove si sono infilati faccendieri ed azzeccagarbugli. Errori finora che sono stati giustificati con la buonafede e la mancanza di esperienza. Ora abbiamo scoperto che anche la superiorità morale, l'aurea di incorruttibilità e l'onestà potrebbero presto essere demoliti.