Si chiama Romulea Autistic Football Club ed è la prima squadra di calcio inclusivo della capitale. A rincorrere la palla ci sono ragazzi e ragazze over 16 all’interno dello spettro autistico e non. “Sono ragazzi autistici, si può dire” chiarisce con un sorriso orgoglioso Tommaso Arrotta il mister e ideatore della squadra. Ogni mercoledì il coach e i suoi – persone autistiche, operatori, volontari e semplici amici – si allenano all’ombra della basilica di San Giovanni a Roma, nei campi della Romulea, storico club della Capitale.

“Lo so che sembra un’idea folle, è stata una scommessa, ma ci abbiamo creduto e il bello è che la cosa funziona. Si può fare”, quasi si emoziona Arrotta. Su questi campi di pallone si applica quell’inclusione e integrazione “che tanto vogliamo fuori”. A dirlo è il capitano Pietro Cirrincione. Ed è sempre lui che spiega ai microfoni di Fanpage.it cosa vuol dire essere una squadra di calcio inclusivo, cioè “permettere la partecipazione di ragazze e ragazzi all’interno dello spettro autistico conservando la competizione e le regole Fifa”. Insomma, si gioca e si gioca sul serio. E infatti, “spesso quando disputiamo delle gare neanche lo diciamo che siamo misti. Poi gli avversari lo scoprono per caso, strabuzzano gli occhi ‘Ah ma davvero?’ e rosicano perché magari li abbiamo battuti”, se la ride Matteo, educatore fuori dal campo e anche un po’ dentro. “È un progetto sportivo – ammette – ma soprattutto di inclusione”. Vietato parlare di rieducazione o riabilitazione. Qui, al massimo “sono loro ad educare noi ad includerli”.

“Esistono federazioni di calcio integrato con regole speciali, separate – racconta il capitano – però non hanno lo spirito competitivo e di uguaglianza, di pari opportunità che vogliamo noi”. Mentre corrono sul campetto di erba sintetica sotto le urla del coach questi ragazzi insegnano che l’inclusione può esistere, “basta avere la giusta sensibilità”. La stessa che forse ha permesso al presidente della Romulea Nicola Vilella di proporre il tesseramento ai 20 ragazzi. Qui non solo hanno trovato una casa, ma hanno raggiunto anche traguardo gigantesco: la squadra è la prima con persone autistiche ad essere tesserata.

Mai ci avrebbero creduto 4 anni fa, quando tutto è iniziato, ovviamente “per gioco”. Durante la WAAD, la Giornata mondiale di consapevolezza dell'autismo, “serviva una squadra per celebrare l’evento, l’abbiamo creata ma mancava qualcosa. Mancavano proprio le persone con autismo”, racconta Arrotta. Un controsenso. “Così abbiamo sperimentato una prima partita mista”. Funzionava così bene oggi è diventata la Romulea, un esempio che i ragazzi hanno raccontato in giro per l’Europa a diversi incontri sull’autismo.

Inutile dire che ci sono anche singolarità da gestire al meglio e momenti in salita. La difficoltà a capire le regole sociali che hanno gli autistici si ripercuote anche sul campo: tiri in porte sbagliate, qualcuno che deve essere riportato all’attenzione o che entra nel gioco accompagnato da un tutor. “Io in 4 anni ancora non calcio bene –  scherza Antonella una delle tre donne in campo – quando giochiamo siamo tutti uguali, seguiamo tutti le stesse regole e le indicazioni del mister. Siamo una squadra, è la forza del nostro progetto”. Impossibile capire, mentre si gioca, chi abbia un DSA e chi no. E quindi, cosa ha di diverso questa squadra? "Non te lo saprei dire", risponde candidamente Andrea, giocatore autistico. Tommaso Arrotta ne è sicuro: "Si può fare, è semplice" ed è "il futuro dello sport".