"Marcia dei piedi scalzi" dei migranti del Baobab dell’11 settembre 2015
in foto: "Marcia dei piedi scalzi" dei migranti del Baobab dell’11 settembre 2015

Mercoledì 12 aprile nella sede dell'assessorato alle Politiche Sociali di viale Manzoni, sono state aperte le buste contenenti la documentazione degli enti del terzo settore che si sono presentati al bando Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati): uno stanziamento fondi di 84 milioni di euro (84.028.868 per la precisione) per il triennio 2017-2019 per un totale di poco più di 2.700 posti. Ci si può così fare un'idea di come sarà l'accoglienza per i migranti richiedenti asilo nella Capitale per gli anni a venire.

In tutto 13 gli enti ammessi alla fase successiva della gara, quella che porterà alla definitiva assegnazione. Propongono progetti per ospitare poco meno di 2.300 richiedenti asilo. Ne rimarrebbero così fuori ben 445. Si può così ragionevolmente dedurre che i progetti presentati, a meno che non saranno riscontrate gravi irregolarità, saranno ammessi. A presentarsi CRS; Magliana 80; Idea Prisma; Centro Astalli; Pid; Tre Fontane; Fraterna Tau; Centro italiano solidarietà; Coop. San Filippo Neri; Eriches29 (ABC); Virtus Italia Onlus; Eta Beta e RTI Arci Roma – Arci Solidarietà Onlus.

Ma quale integrazione? Migranti sbattuti ai margini

Quello che salta immediatamente all'occhio, scorrendo i numeri degli ospiti dei vari progetti, è che il modello vincente non è certo quello dell'accoglienza diffusa. A fare la parte del leone sono infatti centri da 50 e i 100 posti, per lo più collocati in zone periferiche della città o nei paesi dell'hinterland romano. Tutto il contrario del modello d'integrazione e accoglienza che si potrebbe realizzare tramite gli Sprar, ospitalità in appartamenti con piccoli nuclei di migranti che possano essere immediatamente inseriti nel tessuto urbano e sociale. Il rischio è che centri di grandi dimensioni, non solo producano un modello d'accoglienza inefficace, permettendo però agli enti gestori di risparmiare, ma inneschino tensioni sociali cavalcate dall'estrema destra con alte probabilità di inficiare anche progetti di accoglienza potenzialmente virtuosi.

Poche esperienze virtuose e grandi centri

Ai due estremi l'Arci, che ha presentato un solo progetto per un modello d'accoglienza per 72 persone divise in 11 appartamenti, tutti da sei ospiti tranne uno da dodici, e il Tre Fontane, afferente al gruppo La Cascina, che ha presentato diciassette progetti per un totale di 1212 posti, tra cui un centro per soli maschi adulti da 100 posti a Mostacciano, uno da 74 a Guidonia, uno da 120 a via Passolombardo, in zona Tor Vergata e uno da 116 in zona Boccea.

La continuità dall'emergenza Nord Africa ad oggi

Quello che emerge in generale è la continuità con le passate esperienze di accoglienza, dal piano ‘emergenza Nord Africa' varato nel 2011 fino ad oggi. E non è un caso che i nomi che tornano sono spesso quelli già coinvolti nei vari filoni d'indagine di Mafia Capitale: il gruppo Cascina, Eta beta, Eriches. A prevalere spesso (ma non sempre vale la pena sottolineare per non fare di tutta l'erba un fascio) è la logica del profitto e dei grandi numeri, non della qualità del servizio.

L'alternativa possibile per l'accoglienza

Il Comune di Roma, che ha vinto le risorse presentando un progetto al Fondo Nazionale per le politiche ed i servizi d'asilo del Ministero dell'Interno e che ha scritto le regole del bando, ha delle precise responsabilità in questo quadro. Esiste un'alternativa a questo modello d'accoglienza? Certo: l'amministrazione potrebbe mettere a disposizione gli immobili necessari (che non mancano), affidando al terzo settore i soli servizi imponendo quindi così un sistema d'accoglienza diffusa.