Fiction e realtà, romanzo e inchiesta giudiziaria, si intersecano in Suburra. Il romanzo di Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo, che racconta la malavita e la corruzione a Roma – anticipando per certi versi l'inchiesta ‘Mondo di Mezzo' che ha portato alla luce l'intreccio perverso tra economia legale, politica e criminalità denominato Mafia Capitale – è poi diventanto un film e ora una serie televisiva prodotta da Netflix, ‘Suburra: blood on Rome'. Tra i personaggi presentati nel libro, e rimasto al centro della trama della trasposizione cinematografica e televisiva c'è Samurai, esplicitamente ispirato alla figura di Massimo Carminati. Il ‘Cecato', così chiamato per aver perso un occhio in un conflitto a fuoco con la polizia, era già finito al cinema come il ‘Nero' di Romanzo Criminale.

Figura a cavallo tra l'eversione neofascista e la criminalità comune, tra i Nar e la Banda della Magliana, Carminati ha finito per circondarsi di un'aurea quasi leggendaria, alimentata da lui stesso durante il processo Mafia Capitale, presentandosi con un criminale tra gli ultimi eredi di un mondo ormai scomparso, di un banditismo quasi romantico, fatto di ‘valori' irrinunciabili, di ‘camerati' che non tradiscono e non fanno "gli infami". Inutile dire che la realtà è molto diversa, e ha visto Carminati al centro di alcune della pagine più buie della democrazia italiana e della storia criminale romana. Un esempio su tutto: Carminati dice sempre di non toccare la droga, facendone un tratto distintivo della propria condotta criminale. Peccato che quando era a servizio della Banda della Magliana questa inondasse la città di eroina.

Ma cosa hanno in comune il Samurai di Suburra e il Massimo Carminati di Mafia Capitale? A leggere le 3200 pagine di motivazioni della sentenza scritta dai giudici e depositate lo scorso martedì, poco o nulla. Eppure degli elementi tornano in maniera ricorrente rimbalzando tra gli atti dell'inchiesta e la fiction, rappresentando una sostanziale equivalenza: la pompa di benzina dove Carminati/Samurai gestiva affari e faceva incontri, addirittura nella serie si sente pronunciare la famosa teoria sul ‘Mondo di Mezzo' pronunciata da Carminati in un'intercettazione che ha dato poi il ‘titolo' all'inchiesta della procura di Roma.

Nella serie Samurai, interpretato da Francesco Acquaroli, parlando con il consigliere comunale corrotto Amedeo Cinaglia (Filippo Nigro), afferma di governare Roma. Samurai è una sorta di eminenza grigia della Roma criminale, non succede nulla senza che lui lo sappia, media lui gli affari che contano, incute timore e rispetto e prepara l'ingresso della mafia siciliana nell'economia legale della città (cosa che in realtà è già in atto da anni, non solo per la mafia ma per la camorra e la ‘ndrangheta). Si sente talmente onnipotente da girare da solo in scooter, nonostante i tanti nemici e gli affari pericolosi che tratta, si muove con disinvoltura tra parcheggi semideserti per incontri loschi e le stanze del Vaticano.

Ma cosa c'è di vero in questa immagine? Secondo quanto scritto nero su bianco nella sentenza di primo grado (che ha visto la condanna di Carminati a 20 anni di carcere) poco o nulla. In tre anni d'indagine sono 11 gli episodi criminali riferiti al Cecato e al suo gruppo con base nel distributore di Benzina di Corsa Francia. Estorsioni e usura per piccole cifre, prestiti a strozzo all'interno di una ristretta cerchia di persone provenienti tutte dal medesimo milieu. Azioni di un cabotaggio criminale tutto sommato basso, per quanto gravi, perché molto più remunerativi gli affari condotti assieme a Salvatore Buzzi e alle sue cooperative, facendo convergere interessi e oliando gli ingranaggi a suon di ‘benefit', versamenti e mazzette.

Per i giudici Massimo Carminati non è un boss mafioso e ‘Mafia Capitale' non è un'associazione mafiosa: mentre Samurai se ne va in giro all'occorrenza circondato da un esercito armato fino ai denti, i giudici del tribunale di Roma sottolineano a più riprese come a disposizione del gruppo criminale facente riferimento a Carminati non siano state ritrovate armi. E se è vero che Carminati è riconosciuto dagli esponenti di diversi gruppi criminali e da un boss di camorra come Michele Senese, questo avviene in virtù della sua lunga carriera e non in virtù del suo ruolo apicale nella criminalità organizzata romana, ormai organizzata attorno alle piazze di spaccio e al controllo di alcuni territori di periferia.

Per tirare le somme: Massimo Carminati non solo non governava Roma, ma forse non era neanche un Re.