L'ex presidente del Partito Democratico Matteo Orfini è stato eletto in parlamento alle ultime elezioni, grazie alla candidatura come capolista nella lista proporzionale nella circoscrizione di Roma Ovest. Una posizione blindata, garantita a lui come agli altri big del Pd, ma a cui Orfini ha voluto affiancare la candidatura in un seggio dato invece per perso l'uninominale Roma-Torre Angela, dove infatti è arrivato terzo con il 20,71% dei voti, dietro all'attuale ministro dell'Istruzione Lorenzo Fioramonti candidato per il Movimento 5 stelle (36,65%) e alla candidata del centrodestra Barbara Mannucci (32,27%). Un risultato prevedibile, ma che ha confermato quello che era già noto: per il Pd, nelle periferie romane più complesse, le cose non sono facili. Così Orfini ha deciso di continuare a occuparsi nel collegio dove era stato candidato assieme, alla sezione locale del partito di Tor Bella Monaca, recandosi nel quartiere una volta alla settimana (più o meno). Un lavoro minuto, spesso invisibile, fatto di relazione con i cittadini e con le realtà che qui sono fiorite, nonostante l'assedio del mercato della cocaina e dell'eroina in quella che è una delle più grandi piazze di spaccio di Europa.

"Fare politica è anche questo, prendersi gli insulti e gli sputi – spiega nella redazione di Fanpage.it – Se diciamo sempre che bisogna ripartire dalle periferie non ci si può andare solo a chiedere i voti o a fare un'iniziativa spot. Bisogna andare senza telecamere. La prima volta prendi lo sputo, la seconda magari qualche insulta, la terza riesci ad avere un confronto con chi non crede più in te o non ci ha mai creduto, alla quarta volta almeno ti rispettano". Ma cosa fa l'Orfini deputato di quartiere? "Prima di tutto ascolto, poi faccio quello che è possibile nel mio ruolo per segnalare le criticità che mi segnalano i cittadini, ad esempio gli inquilini delle case popolari. Ma soprattutto imparo a conoscere il territorio, perché per affrontare i problemi bisogna conoscerli, toccarli con mano". Come l'eroina e la tossicodipendenza: "Andando in strada con gli operatori di Villa Maraini ho capito che l'eroina non è un problema come si pensa legato a sacche di marginalità sociale: all'ora della pausa pranzo a prendere la siringa vengono tanti che sono appena usciti dall'ufficio".

Quello che descrive Orfini è un bagno di umiltà di un dirigente politico che sta negli ultimi mesi, lontano da incarichi di governo e molto defilato anche nella gestione del partito,  mettendo in campo quella che una volta si sarebbe chiamata "autocritica" degli ultimi anni di politica del centrosinistra. Certo, comodo a posteriori diranno molto, soprattutto quando non si hanno ruoli di primo piano, ma le proposte abrogative dell'articolo 5 del piano caso Renzi-Lupi e di alcuni aspetti delle leggi sicurezza Minniti-Orlando che ha firmato il non più giovanissimo turco, rimangono comunque un fatto politico che costringe tutto il Partito Democratico a ripensare la legislatura appena conclusa.

Considerato ancora oggi da molti il regista delle dimissioni del sindaco Ignazio Marino, firmate dal notaio dai consiglieri della sua stessa maggioranza provocando uno strappo non ancora sanato con una parte dell'elettorato, presenta così la sfida del centrosinistra nella capitale: "Non possiamo essere il partito del centro storico, ma bisogna anche capire che non tutte le periferie sono uguali. Nei quartieri della periferia consolidata, Torpignattara o Tiburtino, abbiamo retto. Ma è a Tor Bella Monaca o a San Basilio., nei quartieri popolari che ha costruito il Pci negli anni ‘8o per dare casa ai baraccati che qualcosa si è rotto, che non si è trasformata la soddisfazione di un bisogno in emancipazione, in comunità". Periferie dove prima il Movimento 5 stelle e poi la Lega hanno fatto il pieno di voti, ma non tutto è perduto: "Alle famose europee del 40% anche qui a Tor Bella Monaca il Pd era oltre il 30%. Chi porta una nuova speranza magari viene votato, come è successo con la Raggi e il Movimento 5 stelle, ma ancora più veloce arriva la disillusione. Per questo dobbiamo mettere radici, costruire un consenso sulla base della relazione, della condivisione e non di un effimero spot elettorale". Appuntamento al 2021 allora: la strada sembra ancor molto in salita.