Pietro Terracina e Sami Modiano
in foto: Pietro Terracina e Sami Modiano

Durante i funerali di Piero Terracina l'amico Sami Modiano a un certo punto non ha retto più e lo hanno dovuto sostenere in piedi. Finiva un'amicizia nata tra due ragazzini nel campo di sterminio di Auschwitz e continuata per tutta la vita. È difficile immaginare cosa ha provato Sami Modiano alla notizia che l'amico se ne era andato, la consapevolezza di non aver perso solo un affetto ma l'unica altra persona al mondo che poteva raccontare cosa aveva passato lui durante l'internamento nel campo di concentramento diventato il simbolo stesso della Shoah. Oggi, nel Giorno della Memoria, l'assenza dell'instancabile testimonianza di Piero Terracina si fa sentire ancora di più. Perché Piero con la sua presenza e la sua parola è stato allo stesso tempo capace di essere gli occhi e il corpo che hanno vissuto l'orrore dei campi di sterminio, e allo stesso tempo il testimone non di un'epoca lontana ma dei nostri giorni che si fanno sempre più cupi.

La sua assenza oggi ci fa interrogare con ancora più forza su una domanda angosciosa quanto urgente: cosa accadrà quando loro, i testimoni della Shoah, non ci saranno più? Basterà la musealizzazione della memoria? Basterà la parola scritta? Basterà una Giornata che a volte sembra essere intrisa di una retorica così banalizzante da apparire inutile? L'unicità del piano di sterminio nazista sarà ancora un ancoraggio per la nostra cultura?

Piotr M.A Cywnski è il direttore del Memoriale e Museo di Auschwitz e Birkenau. È uno dei protagonisti della trasmissione della memoria del simbolo della Shoah, e al contempo dirige uno dei musei più visitati del mondo. In un volume intitolato “Non c'è una fine. Trasmettere la memoria di Auschwitz”, publicato in Italia da Bollati e Boringhieri ha raccolto le riflessioni legate al suo lavoro. Scrive Cywanski: "Il dialogo può portare a conclusioni sia di pieno accordo sia di divergenza, ma si tratta sempre di ragioni logiche, comprese da entrambe le parti. L'empatia invece – in altre parole, la compassione – è uno stato emotivo, è coesistenza nel sentimento. Qui non ci sono conclusioni, obiettivi e aspirazioni. O senti il mio dolore oppure non lo senti. Punto e basta".

Per sentire il dolore dei campi di sterminio è dunque essere capaci di empatia, non basta comprendere razionalmente quello che lì accadde. Ma l'empatia con gli altri, in particolare verso i più deboli non si può misurare solo sui fatti storici, è un sentimento con riflessi quotidiani, determina un modo di rapportarsi con gli altri, con le ingiustizie e i fatti del mondo. E Piero Terracina era capace proprio di questo: di farti sentire qualcosa.