A Roma c'è un ghetto su via Tiburtina. È l'ex fabbrica di Penicillina. Una carcassa industriale sventrata e piena di amianto e veleni. Separata dalla strada da un alto muro di cinta, all'interno, lontano dagli occhi della città di sopra, brulica la vita di una città parallela fatta da emarginati e persone di passaggio nella capitale verso altre mete. Mano a mano che gli sgomberi di altri insediamenti informali avvenivano, in tanti trovavano qui un nuovo rifugio. Difficile da stimare quanta gente vi abiti stabilmente o saltuariamente, sicuramente parliamo di centinaia di persone che aspettano lo sgombero della struttura che, più volte rimandato, è atteso entro la fine del mese.

Ora le associazioni e i volontari che negli scorsi mesi hanno lavorato all'interno del ghetto, offrendo assistenza sanitaria legale agli abitanti della Penicillina, chiedono che si arrivi a un esito diverso. In una lettera aperta firmata da A Buon Diritto, Alterego-Fabbrica dei diritti, Associazione Astra, Medu – Medici per i diritti umani, Women International League for Peace and Freedom, raccontano la drammaticità e la pericolosità per la salute per chi vive all'interno, chiedendo che si arrivi all'evacuazione e alla messa in sicurezza di chi vi abita.

Ma chi si trova all'interno? Dopo sei mesi di azione sul campo le associazioni sono in grado di dare un quadro: "La maggior parte degli abitanti incontrati sono richiedenti, beneficiari di protezione internazionale o titolari di altri permessi di soggiorno– in molti casi però non riescono a rinnovare il proprio titolo di soggiorno a causa di richieste (a nostro avviso illegittime) dell’amministrazione competente, trovandosi quindi in un limbo giuridico senza via di uscita, che causa l’esclusione all’accesso di servizi fondamentali, quali ad esempio l’iscrizione anagrafica, al Servizio Sanitario Nazionale, o a percorsi di formazione".

Secondo la rete che opera nell'ex fabbrica lo sgombero non potrebbe che peggiorare le cose, spingendo chi abita nel ghetto a cercare una nuova casa, in luoghi sempre pericolosi e ai margini della città, mettendo a rischio i tanti ma precari percorsi di emersione sociale in corso (in molti svolgono lavori anche se scarsamente remunerati o sono in attesa che la propria posizione venga regolarizzata). La proposta è quella "Chiediamo quindi nuovamente e pubblicamente un incontro con le autorità, auspicando che accettino un confronto costruttivo per giungere ad una diversa soluzione, orientata non allo sgombero ma piuttosto a un’evacuazione del luogo, che si realizzi nel rispetto delle persone e della dignità umana", conclude la lettera.