Emergenza freddo
in foto: Emergenza freddo

Federico Bonadonna ha lavorato per vent’anni nel settore delle politiche sociali, occupandosi a lungo in Campidoglio di marginalità e senza fissa dimora. Dal 2008 vive e lavora all’estero come antropologo, intervallando periodi all'estero con soggiorni nella capitale di cui continua ad essere un acuto osservatore. Ha scritto due libri dedicati proprio agli ultimi e a chi vive in strada: "Il nome del barbone. Vite di strada e povertà estreme in Italia" (DeriveApprodi, 2001) e "Occasioni mancate. Antropologia delle marginalità estreme e politiche sociali per gente degli interstizi" (L'Orecchio di Van Gogh 2009). Ha all'attivo della sua produzione di scrittore due romanzi ambientati a "Roma – La cognizione del potere" (Castelvecchi 2015) e "Hostia. L'innocenza del male" (Round Robin Editrice 2018) – in cui la riflessione sulla città e sulle vite dei suoi abitanti torna sempre, anche se in maniera diversa. A lui abbiamo chiesto un opinione sul progetto allo studio dell'amministrazione capitolina di costringere al ricovero i senza fissa dimora che non usufruiscono dei ricoveri per l'emergenza freddo, magari ricorrendo allo strumento del Trattamento Sanitario Obbligatorio. Un'ipotesi arrivata dopo che per le strade della capitale sono già morte dieci persone in mezzo alla strada questo inverno

Ti sei confrontato a lungo con la vita di chi vive in strada, lavorando all’interno dell’amministrazione capitolina. Il Tso è una soluzione per chi non accetta di recarsi nei centri notturni per l’emergenza freddo?

Il Tso non può essere una soluzione per chi non dovesse accettare i centri notturni per tante ragioni, ma anche perché si presupporrebbe che chi non accetta l’accoglienza soffre di un disturbo psichiatrico pericoloso per sé e per gli altri. Invece mediamente chi rifiuta un rifugio sa cosa rifiuta. Perché spesso i centri di accoglienza non sono affatto accoglienti. I racconti della gente di strada sono ricchi di particolari atroci sulla pulizia e sulla gestione autoritaria di alcuni centri di accoglienza. Oltre alle ragioni, è necessario conoscere il profilo biografico di chi non accetta il ricovero temporaneo notturno. Nel 2005 con l’amministrazione Veltroni aprimmo un centro dedicato espressamente a chi rifiutava l’accoglienza, ai cosiddetti barboni. Gli operatori sociali fecero un’opera straordinaria (lunghissima e frustrante) di convincimento delle persone di strada. Riuscimmo ad accogliere una coppia di anziani alcolisti, Cip e Ciop era il loro soprannome, che vivevano in strada da oltre 30 anni, nei pressi della stazione della metro di Circo Massimo. Accogliemmo 50 persone che non facevano una doccia da mesi, persone il cui “progetto sociale individualizzato” consisteva nel convincerli a lasciarsi tagliare le unghie e curare quelle incarnite (altro che il pomposo reinserimento socio-lavorativo). Questo per dire che l’unica possibilità per fare entrare qualcuno in un centro, è la fiducia, il lavoro di strada, la relazione. Perché chi vive in strada è una persona, non un rifiuto umano che l’amministrazione può spostare a piacimento. Quando si parla di TSO per chi rifiuta l’accoglienza si sta sulla linea culturale della Tolleranza Zero, del Daspo urbano della legge Minniti-Orlando che non a caso va contro gli homeless, una concezione repressiva del decoro urbano, delle persone considerate come rifiuti ingombranti.

È peggiorata la condizione di chi vive in strada negli ultimi 10 anni nella capitale?

Nel 2008 con la Sala Operativa Sociale abbiamo monitorato circa 8.000 persone senza tetto. Se non ricordo male durante l’ultimo inverno della giunta Veltroni, quello 2007/2008, avevamo circa 2.000 posti letto a disposizione per i senza dimora (tra cui un tendone da circo aperto a Castel Sant’Angelo), 5 unità mobili di strada, un paio di autobus della solidarietà mobili e riscaldati per accogliere i senza tetto che non ce la facevano a muoversi. Negli anni precedenti avevamo aperto una serie di centri di accoglienza sperimentali, per esempio per i senza tetto malati cronici che sono costretti a vivere le proprie patologie, per esempio il cancro, sulla strada visto che le lungo degenze sono state tagliate (centri di accoglienza con costi decisamente inferiori di quelli previsti per un’accoglienza sanitaria…). Insomma, avevamo articolato una serie discreta di risposte per la riduzione del danno per chi vive sulla strada. Alemanno smantellò quasi tutto il nostro sistema. Quindi sì, le cose da questo punto di vista sono decisamente peggiorate.

Si continua a morire di freddo: cosa bisogna fare per evitarlo?

Premesso che abbiamo avuto inverni in cui, pur avendo a disposizione 2.000 posti, sono morte molti senza tetto, a Roma per fortuna non si muore quasi mai letteralmente di freddo, cioè di ipotermia. Si muore di abbandono. Del resto tutta la città è abbandonata, perché non dovrebbero esserlo i senza dimora? Cosa bisognerebbe fare? Riavviare il circuito della pronta accoglienza fatto di centri diurni e notturni, investire sulla selezione degli operatori sociali, retribuirli come si deve e supportarli con la supervisione di psicologi perché nella condizione attuale l’operatore sociale che lavora con le persone senza tetto vive l’angoscia che un giorno non lontano potrebbe finire in strada.