Roman Herda
in foto: Roman Herda

Si chiamava Roman Herda l'uomo senza casa di 45 anni di origine slovacca, trovato avvolto dalle fiamme nel sottopassaggio del viadotto Giovanni Gronchi a Nuovo Salario, periferia Nord-Est della capitale. Roman, come ci mostra questa foto scattata da chi è stato per molti anni suo compagno di vita nelle strade di Roma, viveva con altri senza casa in un rifugio di fortuna in questo scampolo della città. Una vita "indecorosa" lontano dagli sguardi pieni di riprovazione dei cittadini.

Una vita al margine a cui avrebbe messo fine un altro uomo che, come lui, vive sulla strada e da diverso tempo sotto il viadotto che collega Talenti a Fidene, anche lui proveniente dall'Est Europa. Lo avrebbe bruciato vivo mentre ancora era sdraiato sul suo giaciglio. Questo almeno racconta chi lo conosceva, mentre sono ancora in corso le indagini condotte dalla Squadra Mobile che puntano prima di tutto a individuare gli altri "invisibili" che vivevano sotto il cavalcavia da cui si accede percorrendo via Giacomo Brodolini: da una parte le abitazioni della Guardia di Finanza, circondate da telecamere e un'alta cancellata, dall'altra il viadotto e la vegetazione che non viene tagliata da tempo immemore arrivando a occupare la carreggiata.

Lo "stradone", come lo chiamano da queste parti, brulica di una vita invisibile sotto le macchine che vanno veloci. Qualche anno fa, a poche centinaia di metri da dove Roman Herda è stato trovato carbonizzato, un gruppo di giovani architetti con la sponsorizzazione di Renzo Piano all'interno del progetto G124, che puntava a interventi nelle periferie delle città italiane, dava vita a un piano di riqualificazione degli spazi sotto la volta del viadotto. Il progetto è durato qualche mese: da anni ormai il container verde che era al centro dell'intervento è stato occupato e trasformato in un rifugio da chi non ha una casa.

"È stato in orfanotrofio, poi un connazionale l'ha portato in Italia costringendolo a chiedere l'elemosina per lui. – racconta un suo amico – Lo abbiamo aiutato ormai tanti anni fa a liberarsi da chi lo sfruttava. Per un certo tempo abbiamo vissuto insieme in via Dario Niccodemi a Talenti, proprio di fronte la Virgin, in un cantiere che era rimasto fermo. Poi ci hanno mandati via e Roman era andato lì con altre persone cacciate dall'area che avevamo occupato. Io ho trovato un'altra sistemazione ma continuavo a vederlo. L'ultima volta che l'ho visto è stato due giorni fa". 

Se Roman è morto per un incidente, magari nel tentativo di scaldarsi, la colpa sarà dell'incapacità collettiva della nostra società e delle istituzioni di garantire a tutti un tetto. Se invece Roman è stato ucciso, come sta emergendo, la responsabilità della sua morte sarà prima di tutto del suo assassino, e in seconda battuta ancora una volta di chi non è riuscito a farsi carico della sua condizione. Quando la povertà e la vide in strada finisce per trasformarsi in disagio psichico e l'alcolismo e l'abbrutimento fanno il resto, facendoti finire tra quelli considerati irrecuperabili, la probabilità di morire di freddo o di morte violenta in mezzo alla strada diventa quasi una certezza.

Ai funerali Roman non sarà solo. Ci saranno i suoi amici invisibili, se non saranno troppo spaventati dalle indagini, ma anche le istituzioni del III Municipio di Roma, sicuramente nella persona dell'assessore alla Cultura Christian Raimo. Ci saremo anche noi a raccontare la sua vita e la sua storia. Perché dare un nome, un volto, una profondità a chi muore sulla strada e non ridurlo "solo" alla sua condizione di senza fissa dimora, è già spiegare perché nessuno dovrebbe essere costretto sulla strada.