La vicenda di cronaca che oggi ha sconvolto l'Italia è quella della giovane mamma di Cassino che ha ucciso il figlio di due anni, strangolandolo. Un fatto tragico, che va certamente condannato, ma che non può essere liquidato con una frase superficiale come quella pronunciata da Licia Ronzulli, presidente della Commissione parlamentare per l'Infanzia e l'adolescenza. "Siamo alla follia pura, i carnefici dei bambini sono le loro stesse madri. Nessuna pena può essere sufficientemente severa per punire l'omicidio di un bambino, figuriamoci se poi a commetterlo sono le mani della madre". Non conosciamo la situazione psicologica precisa e non conosciamo la cartella clinica di questa giovane mamma, ma bollare tutto come "follia" ci sembra sia un errore, soprattutto da parte di una donna delle istituzioni che avrebbe il dovere di affrontare una vicenda del genere non parlando come un tabloid ma a partire da azioni concrete. La donna che ha ucciso il suo bambino è stata arrestata e subirà un processo per ciò che ha fatto. Ma quello su cui bisogna soffermarsi, è lo stato psicologico in cui versava ormai da tempo e di cui tutti si erano accorti. Non era un segreto che Donatella Di Bona soffrisse di attacchi di panico, di ansia e che probabilmente avesse una depressione post partum non curata. Ma quello che bisogna chiedersi è se le cose fossero potute andare diversamente se qualcuno le avesse dato il supporto necessario.

Attivare rete e servizi per le donne prima e dopo la maternità

Molti dicono che la maternità è il momento più bello della vita di una donna. Peccato che non sia così, almeno non per tutte. In Italia, però, è culturalmente difficile accettare che una donna possa non voler avere figli. Come è impensabile per la società che una donna partorisca e non viva bene il suo nuovo status di madre. Per questo tutta una serie di servizi che sono indispensabili dal momento del concepimento a quello del parto, non vengono attivati. Ne abbiamo parlato con Manuela Campitelli, presidente di Punto D, un'associazione che si occupa di questioni di genere e di tutto ciò che riguarda la vita delle donne, compresa la maternità ovviamente. Punto D lavora con ‘Reama – Rete per l'Empowerment e l'Auto Mutuo Aiuto', che nasce dalla Fondazione Pangea. Si tratta di un'associazione che si occupa di fare rete intorno alle donne che potrebbero avere bisogno di qualsiasi tipo di aiuto.

"Ogni donna vive la maternità in modo differente – spiega Manuela – C'è una componente fisiologica e una psicologica. Quello a cui bisogna stare attenti, sono i campanelli di allarme: per questo il ruolo dell'ostetrica, della ginecologa e del consultorio sono fondamentali per sostenere la donna. Ci sono donne che hanno paura, sono nervose, si sentono inadeguate: e questi sono sentimenti comuni ed è un conto. Un altro è quando si ha una sensazione di rifiuto e si provano sentimenti lesionisti e autolesionisti. Una buona rete di servizi di prossimità è importante per seguire il caso".

Ci sono però donne che durante la gravidanza non sanno a chi parlare o a chi rivolgersi. Che vivono quest'esperienza da sole e senza aiuto. Per alcune va bene, per altre no.

"L'importante è sempre la prevenzione, e seguire le donne anche una volta che sono nati i bambini. Il problema è che la rete di prossimità e di autosostegno che c'era un tempo, oggi non c'è più. Ma latita anche la rete organizzata, quella dei servizi. Ad esempio, non si usa mandare un'ostetrica che segue chi ha appena partorito a domicilio. Se una persona ha risorse materiali, psicologiche e culturali lo fa, altrimenti no. E bisogna sottolineare che la fascia più a rischio è quella che non accede a determinati tipi di servizi. La rete intorno a una donna è molto importante, perché è quella che la mette in contatto con i servizi, che fa da ponte. Bisogna cambiare le cose e il tipo di mentalità: sono i consultori ad esempio, che devono andare dalle donne, e non le donne che devono andare dai consultori".

Il problema del senso di colpa

La mamma che strangola il figlio di due anni perché piange non è il primo caso di cronaca di questo tipo che sconvolge l'opinione pubblica. Solo qualche mese fa una donna si è gettata con le due gemelline che aveva partorito da poco nel Tevere, nel cuore della notte. Nessuno ha mai trovato i corpi delle piccole. Si è poi saputo che la gravidanza era stata molto difficile, le bimbe erano nate premature e che i genitori avevano costantemente paura che morissero. Ma, soprattutto, che la madre si sentiva in colpa per quella gestazione non andata proprio bene. Se qualcuno avesse seguito a livello psicologico la donna, invece di pensare che doveva essere solo grata per il dono ricevuto, forse le cose sarebbero andate in modo diverso. O forse ci si sarebbe quantomeno accorti che c'era un problema. Non si può continuare a ignorare il fatto che alcune donne non vivono bene la maternità. E, soprattutto, non bisogna fargliene una colpa: ma bisogna creare intorno a loro tutta una serie di rete e servizi – che oggi non ci sono – per aiutarle a stare meglio.

"Bisogna potenziare i servizi materno-infantili, di prossimità e la rete dei consultori. Sono i consultori che devono andare dalle donne e nei luoghi che attraversano. Devono andare nelle scuole, sopratutto quelle secondarie, e parlare di prevenzione delle gravidanze a rischio. Devono andare sui posti di lavoro, dove le donne sono viste come ingrate. Bisogna che gli ospedali creino dei database dove venga comunicato il momento in cui la donna ha avuto il bambino al servizio sanitario. E in quel momento le deve essere proposta un'ostetrica a domicilio. Bisogna implementare i gruppi per l'aiuto all'allattamento, ma sopratutto fare in modo che il servizio possa essere itinerante".