Si chiamava Mohamed Ataif il ragazzo di 24 anni che si è impiccato l'altro ieri nel carcere Mammagialla  di Viterbo. La sua storia non la conosceva nessuno, solo l'assistente sociale alla quale l'aveva raccontata. Mohamed era solo, non c'era nessuno a parlare con lui. Il suo corpo senza vita non è stato ancora reclamato. Non si sa se la salma sarà spedita nel paese di origine, né se ci sarà qualcuno a seppellirlo e piangerlo sulla sua tomba. La sua storia è quella di una fuga senza approdo. Originario del Sudan, ha passato sei mesi in un campo profughi prima di intraprendere la terribile traversata che l'avrebbe portato in Italia. Una volta arrivato nel nostro paese ha passato altri sei mesi in un centro di accoglienza, dopodiché ha provato ad andare in Inghilterra per trovare un lavoro. Ma non c'è riuscito, è stato bloccato alla frontiera e rimandato in Italia. Qui ha iniziato a vivere per strada, di espedienti. Fino a che nel maggio maggio 2018 non è stato arrestato e condannato a due anni di reclusione per tentata rapina e detenzione di sostanze stupefacenti. A marzo 2019 è stato trasferito da Regina Coeli al Mammagialla di Viterbo. La sua pena sarebbe finita tra qualche mese e sarebbe tornato in libertà.

Mohamed parlava pochissimo italiano e non comunicava con nessuno, solo con l'assistente sociale. In un anno e mezzo di carcere non ha mai avuto colloqui né telefonici né personali. Nessuno gli ha mai mandato una lettera, nessuno è mai andato a trovarlo. Non sappiamo se avesse una famiglia in Sudan. Mohamed Ataif aveva 24 anni ed era solo. Non soffriva di problemi psichici come emerso in un primo momento inizialmente, ma sicuramente aveva un disagio che è stato ignorato dato che è arrivato a suicidarsi a pochi mesi dal suo rilascio. Non parlava e non capiva, ma andava ascoltato.

"Se la pena che gli hanno dato era di due anni, credo che il reato fosse di poco conto – ha dichiarato Stefano Anastasia, il Garante dei detenuti del Lazio a Fanpage.it – A differenza di quello che si dice in giro, questo dimostra che per reati di poca rilevanza viene ancora usato il carcere. Chiaramente il discorso non vale per tutti, ma se sei sudanese, non parli italiano e non hai una famiglia, è sicuro che finirai in prigione e che non usufruirai di misure alternative". "La sua è la storia di un fallimento migratorio –  continua Anastasia – Mohamed è passato nel sistema penitenziario tra la disattenzione generale. È incredibile che non parlasse con nessuno. Dopo mille rivendicazioni, alla fine del 2017 siamo riusciti a far stanziare alla Regione dei fondi per la mediazione culturale in carcere. A Viterbo il bando è stato fatto in questi mesi, ossia dopo due anni. Nemmeno quando ci sono i soldi si riescono a spendere. Non riesco a immaginare situazione più depressiva di quella che ha vissuto questo ragazzo".

Suicidi, racconti di abusi e violenze. Il carcere di Viterbo ha una fama ormai tragicamente sinistra di carcere duro e punitivo. Un angolo buio della nostra democrazia dove è sempre più difficile fare luce nonostante le denunce della società civile e dei media.