La scorsa settimana, dopo l'esplosione della rivolta di Tor Sapienza, ci chiedevamo se Roma stesse diventando una città razzista. Ci rispondevamo di “no”, almeno per ora. Ora a Tor Sapienza il fuoco cova sotto le ceneri, e i cittadini si chiedono cosa accadrà quando i riflettori si saranno spenti, se veramente le promesse fatte da Marino e dalle istituzioni saranno mantenute, oppure se dovranno scendere di nuovo in strada bruciare a bruciare cassonetti e lanciare pietre.

Domenica, durante il faccia a faccia svoltosi nello studio di Lucia Annunziata tra i cittadini di Tor Sapienza e il sindaco Marino, un dato inquietante è però venuto alla luce: incalzati dall'Annunziata su cosa c'entrassero gli immigrati con i marciapiedi rotti, le vie buie e la mancanza di servizi, alla fine una ragazza in studio ha sbottato: “no non li vogliamo, i nostri ragazzi non trovano lavoro, sono troppi se ne devono andare”.

Dalle borgate della solidarietà, ai quartieri della guerra tra poveri

Tommaso Pizzulli è il protagonista di Una vita violenta, romanzo di Pier Paolo Pasolini che ha al centro della storia questo giovane nato e cresciuto nella borgata di Pietralata. Dopo una vita di eccessi e disperazione Tommaso trova la sua redenzione salvando una donna, baraccata a Pietralata, durante l'alluvione del Tevere. I borghetti abusivi e le borgate di Roma, sono il paesaggio in quegli anni di storie incredibili di solidarietà e riscatto sociale, come la scuola di Don Sardelli tra le baracche dell'Acquedotto Felice, o come l'incontro tra Tommaso e il Pci delle borgate raccontato da Pasolini. Uno spirito che si riverserà anche nei nuovi quartieri costruiti dalle giunte rosse nella seconda metà degli anni '70: quelli che dovevano essere i nuovi quartieri modello per i ceti popolari, si sono trasformate in periferie abbandonate a se stesse. Qui i mezzi pubblici, l'illuminazione e i servizi, a cominciare dagli asili nido, sono arrivati solo grazie alla mobilitazione dei cittadini.

Le periferie romane sono cambiate con la crisi?

La differenza tra oggi e ieri è che ora i cittadini per far sentire la loro voce, per chiedere luoghi più abitabili e vivibili, se la prendono con gli immigrati: solo così credono che istituzioni lontane e invisibili gli daranno retta. Certo, è difficile generalizzare, e dire "sono tutti razzisti" un errore, ma far finta di non vedere è altrettanto dannoso.

La crisi ha poi fatto il resto, non solo perché sono sempre di più i disoccupati e le famiglie che con difficoltà arrivano a fine mese, le prospettive per il futuro sempre più cupe, ma soprattutto perché si cominciano a sentire i tagli alla spesa. Meno manutenzione delle strade, raccolta dell'immondizia discontinua, meno servizi e meno corse degli autobus cominciano ad essere non solo uno spettro, ma una realtà nelle periferie romane. Sembrano lontani i tempi in cui l'amministrazione Veltroni riusciva a trovare le risorse per aprire i teatri in periferia e per rinnovare e ampliare il circuito delle Biblioteche comunale, che diventavano così un presidio di socialità e cultura anche nelle zone più periferiche.

Centri per rifugiati: chi ha ragione tra il Viminale e Marino?

Sono 7882 i migranti ospitati nei centri di accoglienza della Capitale. Un numero relativamente basso per la Capitale del paese. Marino se l'è presa con il Viminale per la gestione fallimentare dell'accoglienza, Alfano ha risposto che l'individuazione dei siti è competenza comunale. Sia come sia, il rimpallo delle responsabilità tra organi istituzionali, oltre a non essere un bello spettacolo, forse non centra appieno il nodo profondo della questione. Possibile che un numero così esile di immigrati è in grado di mettere in ginocchio quartieri interi? E' accettabile che poco meno di 8 mila persone accolte a Roma diventino un problema nazionale e di ordine pubblico? Soprattutto nel momento in cui si tratta di accigliere 8.000 persone inserite in dei circuiti protetti e controllati, che compiono un percorso all'interno del diritto internazionale come rifugiati o richiedenti asilo. Roma e il suo sindaco hanno il dovere di proteggere queste persone, a maggior ragione se minori come nel caso di più della metà del centro "Il Sorriso" di viale Morandi a Tor Sapienza.

Dalle periferie l'opposizione della destra a Marino

Sabato la “Marcia delle periferie” ha visto sfilare per il centro della città un migliaio di persone. Ben al di sotto delle attese, visto che in Questura si aspettavano tra le 30 e le 40 mila presenza. Il corteo, organizzato da qualche comitato che non conta più di alcune decine di aderenti ciascuno, ha però trovato spazio e visibilità nei media dopo l'esplosione della rivolta a Tor Sapienza. La manifestazione, ufficialmente “apolitica”, ha avuto contenuti senza ombra di dubbio di destra, a cominciare dagli slogan contro “gli zingari” e gli immigrati.

In piazza si sono visti gli esponenti di ogni gruppo della destra capitolina: da quella estrema di Casa Pound, sempre più legata alla Lega e a Mario Borghezio che lo scorso venerdì è atterrato a Roma per visitare proprio Tor Sapienza, fino a Forza Italia e all'ex sindaco Gianni Alemanno. A tenere banco dal palco Danilo Cipressi che, come ricostrisce su Vice Leonardo Bianchi, è stato già protagonista della fallita marcia su Roma dei Forconi lo scorso 18 dicembre e candidato con Casa Pound nel XIII municipio, prima di guidare la riscossa del popolo di Roma contro il centro sinistra. Il quesito, a cui non è facile dare una risposta, è quanto le proteste anti degrado e contro gli immigrati siano non solo cavalcate, ma anche create dalla mobilitazione della destra romana che un certo radicamento in molti quartieri periferici l'ha sempre avuto.