Strage San Giovanni: la piccola Hyba lotta tra la vita e la morte

Oggi Hyba non è andata a scuola, nell'istituto Di Donato a via Nino Bixio, a poche decine di metri da Piazza Vittorio nel cuore della Roma multietnica, c'è apprensione tra genitori e maestre per la piccola alunna scampata alla morte molto probabilmente – è quanto sostengono gli inquirenti – per mano della madre. La bimba ora si trova ancora in prognosi riservata, nella serata di ieri è stata trasferita d'urgenza dall'ospedale San Giovanni al Bambin Gesù per essere sottoposta ad un delicato intervento. Il giorno dopo la strage è il momento delle domande e delle risposte non sempre facili da trovare. Perché Khadia el Fatkhani dopo un litigio finito male con il marito, decide di uccidere i suoi tre figli (i due di 3 e 9 anni non hanno avuto la stessa fortuna di Hyba) per poi togliersi la vita? Apparentemente la coppia non aveva particolari problemi, né i vicini e i conoscenti hanno testimoniato di squilibri in Khadija o di tensioni particolari in famiglia. Dalla testimonianza dei vicini non c'entrerebbe nulla il velo, che la donna aveva sempre portato, né un recente viaggio in Marocco. Alla base dell'omicidio/suicidio compiuto dalla donna ci sarebbe una depressione iniziata dopo l'ultimo parto tre anni fa. Per il procuratore aggiunto Pierfilippo Laviani e il pm Francesco Minisci non ci sarebbero dubbi: è stata Khadija la carnefice della propria famiglia, non ci sarebbe infatti nessun elemento di prova che vada in una direzione diversa. Sui corpi è stata in ogni caso disposta l'autopsia. Dalle testimonianze che gli inquirenti stanno raccogliendo da ieri pomeriggio si comincia a delineare lo stato depressivo in cui viveva la donna.
Ora Idris Jeddou, il padre dei tre bambini, dipendente di Mondo Convenienza, si trova ancora ricoverato al San Giovanni per ferite da armi da taglio. Prima di conoscere la sorte dei figli, aveva racconto di essere stato ferito durante un tentativo di rapina. Ieri ha poi ammesso come a colpirlo fosse stata la moglie ed ha chiesto solo di poter vedere la piccola sopravvissuta. Nel palazzo di via Carlo Felice è difficile tornare alla normalità. Qui ci sono 35 famiglie, che vivono nella struttura da oltre 10 anni, da quando il palazzo di proprietà di Bankitalia è stato occupato. Certo ci sono stati normali problemi di convivenza ma nulla che potesse lasciare presagire quanto accaduto. Gli abitanti hanno soprattutto paura delle strumentalizzazioni "contro gli immigrati" e "contro le occupazioni". "Qui lavoriamo tutti – spiegano – altro che degrado o cose simili. Viviamo assieme italiani e migranti senza problemi, certo abbiamo i nostri problemi come tutti, ma non c'entra nulla con quanto accaduto. Se tutto questo fosse successo nel palazzo affianco che avreste scritto: omicidio in un appartamento in affitto?". Sulla porta del palazzo e fiori.