Roberto Morassut (Pd)
in foto: Roberto Morassut (Pd)

Continua il braccio di ferro tra Lega e 5 Stelle sul cosiddetto ‘Salva Roma', la norma inserita all'interno del ‘decreto Crescita' che riguarda il debito storico della Capitale. Lo scorso 24 aprile, dopo il no di Matteo Salvini, il consiglio dei Ministri aveva licenziato un provvedimento ‘dimezzato' in attesa della discussione parlamentare. "È un punto di partenza, siamo sicuri che il parlamento saprà migliorare ancora di più un provvedimento che, a costo zero, fa risparmiare soldi non solo ai romani ma a tutti gli italiani", dissero allora i 5 Stelle. Oggi l'ennesimo rinvio della discussione del dl Crescita in commissione bilancio e il nodo da sciogliere è proprio il ‘Salva Roma'. Stando a quanto si apprende, i 5 Stelle nelle ultime ore potrebbero aver accolto la proposta della Lega di estendere il provvedimento a tutti i comuni in difficoltà e trasformare quindi il ‘Salva Capitale' praticamente in un ‘Salva Comuni'. Per Roberto Morassut, deputato del Partito democratico ed ex assessore all'Urbanistica delle giunte guidate da Walter Veltroni, "lo stato della maggioranza è tale che sul dl Crescita 5 Stelle e Lega non sono in grado di passare per una discussione parlamentare aperta, ma possono solo blindarsi dietro una questione di fiducia, che però sarebbe umiliante per i 5 stelle perché significherebbe piegare il capo ai diktat di Salvini. La discussione sul ‘Salva Roma' comunque fa esplodere la questione che riguarda la Capitale e pone urgentemente il tema di Roma, di una riforma costituzionale che riguarda i poteri della Capitale".

Il Partito democratico era pronto a sostenere la prima versione del ‘Salva Roma'?

Il governo aveva adottato, in una prima fase, una formulazione mutuata da un precedente testo che fu elaborato durante i governi di centrosinistra in merito all'aggiornamento del debito di Roma. Quella formulazione venne ripresa, sponsorizzata dai 5 Stelle e inserita nel dl Crescita. Poi c'è stato  l'intervento della Lega ed è stata modificata radicalmente: nel testo originario non c'è un salvataggio, ma una operazione che punta a una ristrutturazione del debito, sulla basse di rinegoziazioni dei tassi dei mutui e senza ulteriori esborsi. Nello stesso tempo, così facendo, si apriva lo spazio a un'ipotesi di abbassamento della pressione fiscale, che su Roma in questi anni è stata molto alta. Noi abbiamo presentato un emendamento che ripropone e migliora la versione iniziale perché nell'ultima versione, di fatto, il debito restituito a Roma Capitale: si stabilisce infatti che la gestione commissariale verrà comunque chiusa entro il 2021, però non si identificano le forme con le quali affrontare quest'onere e non si dà corso alla ristrutturazione del debito.

Che colpe ha la sindaca di Roma, Virginia Raggi, in questa storia? 

I 5 Stelle si sono dimostrati incapaci di difendere la città, che governano con Virginia Raggi, dall'assalto della Lega a cui si sono mostrati subalterni. La Lega, invece, ancora una volta, si conferma nemica degli interessi della Capitale. La sindaca Raggi ha mostrato scarsa autorevolezza. Lei rappresenta la quinta carica dello Stato, ma la sua autorevolezza istituzionale non è stata utilizzata per far valere gli interessi della città che governa, tanto più in presenza di un esecutivo che dovrebbe esserle amico. Non ha avuto la forza, non è stata ascoltata e questo riduce al minimo la sua credibilità. Alla Capitale serve riquantificare la vera entità del debito, ristrutturarlo e quindi affrontarlo con tassi più convenienti e aprire la strada, come è specificato nel nostro emendamento, a un alleviamento della pressione fiscale sulle imprese e le famiglie.

Nel 2009 l'ex sindaco di Roma, Gianni Alemanno, chiede e ottiene una gestione separata del debito. Da allora ogni anno il comune di Roma dovrà versare 200milioni di euro (frutto dell'addizionale Irpef e di una tassa aeroportuale) mentre il ministero dell'Economia e delle Finanze dovrà versare 300 milioni di euro. Perché fu istituita una gestione separata?

Quando fu istituita la gestione separata del debito, nel 2009, la quantificazione dello stesso fu calcolata malissimo, perché furono inseriti sia i debiti commerciali, verso i fornitori, sia quelli finanziari, cioè i muti accesi dalle amministrazioni per fare le opere pubbliche, per esempio i mutui per realizzare la Metro C. Questa somma tra le due componenti è sbagliata perché tutti i comuni italiani hanno comunque un indebitamento di carattere finanziario per le opere pubbliche. Nel 2009 Roma aveva un indebitamento pro capite più basso di Torino e Milano, ma la massa debitoria era più grande perché Roma ha molti più abitanti delle altre due città. Ma fu fatta un'operazione politica: Alemanno, neo sindaco, aveva un problema non di debiti, ma di cassa. Non aveva liquidità e questo per due fattori: il mancato trasferimento dalla Regione Lazio dal fondo dei trasporti perché la Regione doveva fare i conti con il debito della sanità e in secondo luogo l'abolizione dell'Ici decisa dal governo Berlusconi. Alemanno si trovò senza una lira di cassa e quindi fu costruita questa operazione che tolse dalle casse del comune tutto il debito. Alemanno si ritrovò, unico sindaco della storia, a non avere più debiti. Quello fu il vero Salva Roma: fu il ‘patto della pajata', l'accordo tra Bossi, Berlusconi ed Alemanno.