Marco Vannini
in foto: Marco Vannini

Sono racchiuse in poco meno di 60 pagine le motivazioni della sentenza emessa dai giudici della Corte d'Assise d'appello il 29 gennaio scorso che ha condannato Antonio Ciontoli a 5 anni di reclusione per la morte di Marco Vannini. Il giovane morì  il 18 maggio 2015 dopo essere rimasto ferito da un colpo d'arma da fuoco mentre si trovava a casa della fidanzata Martina Ciontoli, uno sparo esploso per sbaglio proprio da Antonio. Una sentenza che ha fatto discutere, contestata con forza dalla famiglia di Marco: il riconoscimento per Antonio Ciontoli dell'accusa di omicidio colposo e non di omicidio volontario con dolo eventuale, ha fatto scendere la condanna dai 14 anni comminati in primo grado a 5.

Le parole dei giudici

Antonio Ciontoli esplose colposamente un colpo di pistola che attinse Marco Vannini – si legge nella sentenza – e ha consapevolmente e reiteratamente evitato l’attivazione di immediati soccorsi per evitare conseguenze dannose in ambito lavorativo”. Secondo i giudici l'intento era quello di occultare il colpo d'arma da fuoco, un fine portato avanti attraverso le bugie riferite agli operatori del 118 e agli infermieri dell'ambulanza giunti nella villetta di Ladispoli allertati in ritardo. Menzogne concordate con il resto dei familiari – i figli Martina e Federico e la moglie – condannati a loro volta a tre anni di reclusione in primo e secondo grado. Un comportamento portato avanti secondo i giudici – che hanno sposato la tesi della difesa – nella convinzione che Marco non fosse a rischio di morire. "Non appare logico che Antonio Ciontoli abbia voluto accettare le conseguenze collaterali della sua condotta", ovvero la morte di Marco, poiché il tragico epilogo va a scontrarsi con la salvaguardia del suo posto di lavoro come ufficiale della Marina Militare. Ciontoli una volta arrivato al pronto soccorso chiederà al dottor Matera di poter tacere riguardo allo sparo e questo elemento evidenzia, secondo i giudici, la mancata consapevolezza che Marco potesse soccombere a quella ferita.

La sentenza ThyssenKrupp

La sentenza trae spunto da una recentissima pronuncia della Suprema Corte di Cassazione a Sezioni Unite sul caso ThyssenKrupp. In questo caso la Cassazione stabilì che i sei dirigenti del gruppo industriale non potevano essere accusati di omicidio volontario con dolo eventuale, malgrado fossero a conoscenza delle scadenti misure di sicurezza e non si fossero adoperati per evitare la possibilità che si sviluppasse un rogo dove persero la vita sette operai.

Omicidio Vannini: le conclusioni dei giudici

Nel rispetto del principio del favor rei – si legge nelle motivazioni – dunque, la condotta di Ciontoli va qualificata come sorretta da colpa cosciente, ma tuttavia vista la gravità della condotta tenuta dall’imputato, della tragicità dell’accaduto, all’assenza di significativi tratti di resipiscenza si decide il massimo della pena stabilita per l’omicidio colposo, ovvero 5 anni”. E aggiungono che "il fatto di trovarsi alle prese con un imputato la cui condotta è particolarmente odiosa non può di per sé comportare che un fatto doloso diventi colposo". Restano invariate invece le sentenze inflitte agli altri componenti della famiglia: 3 anni di reclusione ai figli di Antonio, Federico e Martina e alla moglie Maria. "I tre tennero un comportamento gravemente negligente e imprudente – si legge nella sentenza –  lesivo della posizione di garanzia che erano venuti ad occupare". Tuttavia i giudici nel confermare la pena hanno voluto considerare la mancata consapevolezza dell'esplosione di un colpo d'arma da fuoco e le rassicurazioni fuorvianti messe a punto dal capofamiglia. Confermata infine l'assoluzione per la fidanzata di Federico, Viola Giorgini.