Il rapporto d'amore tra la città e l'As Roma è forse al suo minimo storico. E la colpa non è di una stagione deludente, ma della scelta di rompere quel vincolo di identificazione e tra i tifosi, la squadra e la città. La Roma, la squadra con i capitani che non cambiano mai maglia per una vita intera, romani e romanisti. A volte ingombranti, ma risorsa e simbolo fuori e dentro il campo da gioco. Dopo l'addio di Daniele De Rossi, seguito da una coda di velonisissime polemiche sulla stampa, ora sta accadendo l'inimmaginabile: Francesco Totti se ne va, lascia la società come dirigente. Domani spiegherà le sue ragioni nel corso di una conferenza stampa.

Nei bar e sotto gli ombrelloni delle spiagge prese d'assalto dai romani non si parla di altro. Totti se ne va davvero? E cosa succede ora, cosa sarà della Roma? A essere messa sotto accusa, in questa domenica bollente di metà giugno, è la dirigenza della società, ma soprattutto la proprietà. Gli "americani" a cui interessa solo di fare lo stadio, che forse sono già pronti a vendere, ma che intanto non hanno fatto altro che cedere campioni e hanno messo all'angolo le due bandiere della squadra, indiscusso oggetto di amore dei romanisti.

Oggi i romanisti sono smarriti, disinnamorati, si sentono traditi. Non da chi ha indossato per tutta la vita gli stessi colori, finendo per identificare il suo futuro con quello di un'intera squadra e di un intero popolo di tifosi, ma da chi non ha saputo capire questi sentimenti. Perché il calcio è business, milioni e diritti televisivi, ma in una piazza come quella romana deve però fare i conti con i sentimenti di chi poi la squadra la vede, la tifa, la ama. E il cinismo con cui la società di James Pallotta sembra trattare la passione di centinaia di migliaia di romanisti non potrà che fare male all'immagine della squadra, con ripercussioni fuori e dentro il campo. "Non chiediamo di vincere lo scudetto, non vogliamo però essere umiliati", si sente dire.

Così mentre la città sembra immobile, paralizzata dall'afa, si tiene il fiato sospeso in attesa di ascoltare quella che potrebbe essere l'ultima conferenza stampa del Capitano. Non a Trigoria questa volta, ma nella sede del Coni, a testimoniare che ormai non si può più tornare indietro.