“Così muore l’Estate Romana”, l’allarme degli operatori della cultura

L'Estate Romana muore. La creatura di Renato Nicolini, il frutto migliore delle ‘giunte rosse' degli anni '80, un esempio di buon governo che ci hanno copiato in tutto il mondo, dopo essere stato ridotto al lumicino dalla giunta Alemanno, ora rischia di sparire nel nulla. Scordatevi la città come palcoscenico, le rassegne e la cultura che invade le periferie. Perché senza soldi la cultura non si fa e neanche l'Estate Romana; ma i soldi nel bilancio previsionale in discussione in Campidoglio non ci sono, e non basta vendere 27 municipalizzate o dismettere una parte consistente del patrimonio immobiliare comunale. A lanciare l'allarme sono una vasta ed eterogenea galassia di 22 associazioni riunite sotto la sigla ‘I Festival di Roma' che oggi si danno convegno al Teatro dei Servi per snocciolare numeri e cifre del disastro annunciato. Tra di loro ci sono gli organizzatori di festival storici, appuntamenti consolidati nella vita culturale della città, fondamentali per garantire un'offerta all'altezza del tanto decantato ruolo di Roma come grande capitale europea. Ma i tagli dettati dal Salva Roma sono impietosi e alla voce cultura mancano al momento all'appello 33 milioni di euro.
"Quest'anno l'estate romana è a rischio chiusura perché i fondi stanziati dal Comune sono zero e perché c'è un'eccessiva pressione fiscale e burocratica per le imprese. Con lei, sono a rischio anche tanti posti di lavoro e tante piccole e medie realtà che operano sul territorio di Roma", questo l'Sos lanciato dal presidente di Agis Lazio- Confcommercio Roma Pietro Longhi. "Da tempo, da sette, otto anni – sostiene Longhi – le amministrazioni sono più interessate a privilegiare le attività pubbliche. Di conseguenza, tutte le attività private stanno subendo un pesante ridimensionamento nel settore della cultura, spettacolo dal vivo, prosa, musica e danza".