«Un processetto, mediaticamente costruito in una certa maniera per condizionarvi»: diceva così Giosuè Naso, avvocato di Massimo Carminati (nonché dei Casamonica) che più di tutti si è sbracciato per spiegarci che non era mafia, non c'entra nulla la mafia e che il suo assistito e i suoi compari erano solo delinquentuncoli dediti all'illegalità per indole e per sopravvivenza. E invece il processetto oggi è deflagrato durante la sentenza d'Appello in un processo di mafia, fatto e finito, con un boss a capo del sodalizio criminale, Massimo Carminati, e con i suoi sodali intenti a esercitare il potere attraverso metodi mafiosi (siano armi o minacce) per perseguire l'arricchimento e il potere. C'è una mafia romana che non compare nei libri di storia e che non rientra negli elenchi ufficiali eppure ha gli stessi segni distintivi di Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Camorra e Sacra Corona Unita. Certo, non ha la stessa storicità eppure non è proprio la capacità di riconoscerla il primo fondamentale passo per debellarla?

A Roma Carminati e i suoi (ma accade anche a Ostia con i Fasciani e gli Spada e altrove con i Casamonica) hanno istituito una normalizzazione dei crimini puntando subito al livello superiore, quello degli affari stringendo mani ai colletti bianchi con la complicità di pezzi della politica e della pubblica amministrazione. Hanno imparato presto la lezione: perché fare scorrere il sangue quando basta il nome per intimidire? Perché usare la violenza là dove il denaro può oliare molto meglio senza fare troppo rumore? La mafia romana è nata già adulta, bravissima a mimetizzarsi, furba nel cercare sempre la strada della normalizzazione e a suo agio in quel mondo di mezzo dove alle persone che stanno sopra fa comodo avere persone sotto che facciano ciò che loro non possono permettersi di fare.

A Roma però c'è la mafia ma manca l'antimafia. C'è un Procuratore (che la criminalità la conosce e l'ha sempre combattuta) come Pignatone che ha istruito questo processo ma manca tutta la sensibilità politica e sociale che serve per alzare la testa: la politica continua ad avvitarsi sulle accuse reciproche, continuando a prendersi terribilmente sul serio e ignorando che la criminalità organizzata storicamente fa affari con chi governa, semplice semplice, senza bisogno di spiegazioni. Ci si dovrà rendere conto (il prima possibile, per il bene di tutti) che per sconfiggere il fenomeno mafioso (e tutti i suoi adulatori, i suoi servi, le giovani leve che vorrebbero scalare e le sacche d'illegalità che difficilmente rimarranno decapitate a lungo) non conta decidere quale sia il politico più colluso ma piuttosto imparare a riconoscere i segni della collusione. I media, gran parte dei media, dovrebbero chiedere scusa ai pochi giornalisti che hanno tenuto la barra dritta su questa vicenda (Lirio Abbate, Floriana Bulfon, Federica Angeli, Marco Lillo e Maria Grazia Mazzola solo per citarne alcuni) e hanno dovuto subire (come avviene da decenni lì dove la mafia è riconosciuta) la bile, le invidie, il fango, le accuse e i sorrisi di derisione di chi invece ha deciso di sedersi dalla parte comoda dei minimizzatori. La città forse dovrebbe innamorarsi delle associazioni che da tempo (come l'associazione daSud, per dire una tra tante) stanno lavorando sui territori per seminare consapevolezza e conoscenza.

Bisogna insomma costruire un nuovo e più preparato tessuto sociale che non confonda il brigare con il potere con una vera e propria sottomissione. Ed è un'evoluzione che inevitabilmente costa perché ci pone di fronte alle mancanze che abbiamo avuto anche noi, tutti. Non è questione di tifo e non è nemmeno una guerra tra bande: l‘antimafia è un prerequisito essenziale che anche a Roma è venuto il momento di pretendere dalla politica, dall'imprenditoria, dalla pubblica amministrazione fino al comune cittadino. Tutti. Perché questa condanna individua gli interpreti ma il sistema, c'è da scommetterci, saprà trovarne di nuovi.