Zone a luci rosse: servono a combattere la tratta? La parola a chi è in prima linea

Da alcuni giorni a Roma non si fa che discutere sull'opportunità o meno dell'istituzione di zone di tolleranza della prostituzione. La proposta è stata avanzata da Andrea Santori, presidente del IX municipio, con un duplice obiettivo: da una parte ridurre la visibilità e la diffusione del fenomeno, dall'altro contrastarlo e tenerlo sotto controllo concentrandolo. Nulla a che vedere quindi con le zone a luci rosse di città come Amsterdam o Berlino, ma potrebbe essere primo passo avanti per controllare il fenomeno contrastando lo sfruttamento delle ragazze che lavorano sulla strada.
Così mentre dalle colonne dei giornali tuonano gli editorialisti, mentre le agenzie sono sommerse da comunicati stampa di politici e consiglieri, quasi nessuno si è preso la briga di sentire che ne pensano chi con la prostituzione e la lotta alla tratta ci fa i conti quotidianamente. BeFree ad esempio è una cooperativa sociale tutta al femminile che si occupa di contrastare tratta, violenze e discriminazione contro le donne.
Oria Gargano è la presidente di BeFree, e pur denunciando la necessità di una discussione sulla legalizzazione della prostituzione, non si tira indietro dal dibattito: "Visto che dovrebbe essere un esperimento, che si definiscano elementi certi per stabilire se funziona o no per combattere la tratta: numero delle persone che accedono ai sevizi sociosanitari, numero delle persone che emergono come vittime di tratta, numero delle denunce e dei procedimenti giudiziari attivati ecc. Tutti questi elementi dovrebbero diventare indicatori attraverso i quali monitorare l'andamento di questa iniziativa. Poi, visto che prostituzione e tratta sono molto collegate, assolutamente è necessario sensibilizzare i cittadino, attraverso materiali informativi, eventi, dibattiti. Magari con uno spot che racconti cifre e vicende di vita delle persone straniere prostituite".
Insomma nascondere la polvere sotto il tappeto non basta, soprattutto mentre le istituzioni tagliano i fondi per i progetti volti al contrasto della tratta e al sostegno alle donne che vogliono uscire dall'incubo dello sfruttamento. La denuncia è arrivata qualche giorno fa da Marta Bonafoni, consigliere alla Regione Lazio eletta nel listino del presidenze Zingaretti. "C’è un grande assente nel dibattito, assolutamente parziale – che si è sollevato in seguito alla decisione della giunta Marino di inaugurare una cosiddetta red zone in IX municipio. L’assente è il finanziamento dei progetti anti-tratta, anzi il mancato finanziamento da parte del Dipartimento Pari Opportunità di tutte quelle azioni volte all’emersione del fenomeno e all’assistenza delle vittime della tratta che almeno fino qualche anno fa potevano contare su alcune risorse da parte del Governo. Ora quei progetti sono fermi al palo: nessun bando è infatti previsto attualmente e la situazione di stallo a quanto pare si protrarrà fin tutto il 2015″.
La Bonafoni chiede poi "cosa sta mettendo in campo la politica per affiancare quelle associazioni che con le loro unità di strada intercettano le vittime nei luoghi dello sfruttamento, danno loro protezione e assistenza, le affiancano nella denuncia e poi durante il processo?". La risposta la dà un'operatrice di BeFree da anni in prima linea: "troppo poco". "Nonostante l'Italia sia stata in passato all'avanguardia nel contrasto alla tratta di esseri umani a scopo di sfruttamento, attualmente il sistema di protezione per le persone sopravvissute (preferiamo parlare di sopravvissute piuttosto che di vittime) a storie di tratta di esseri umani presenta delle forti criticità". Uno dei problemi maggiori riguarda "l'ex articolo 18 (che permette proprio la protezione degli esseri umani vittima di tratta ndr), la cui applicazione è stata fortemente indebolita dalla legge Bossi-Fini sull'immigrazione".
Come se non bastasse dovrebbe esistere un Piano nazionale antitratta, di cui non c'é traccia nonostante la sua approvazione fosse prevista entro tre mesi dall'entrata in vigore del decreto legislativo 24/2014, che recepisce nel nostro paese la Direttiva europea 36/11 sulla repressione della tratta di esseri umani e la protezione delle vittime , avvenuta nel marzo 2014. I finanziamenti dei progetti contro la tratta hanno subito un ulteriore taglio in questi anni, e la Regione Lazio: "Non si può lavorare in maniera continuativa con persone così a rischio avendo proroghe di sei mesi in sei mesi dei finanziamenti e nessuna certezza".