Ville faraoniche arredate con mobili costosi e sfarzosi, tutto senza rimetterci nemmeno un euro ed estorcendo il pizzo agli imprenditori finiti sotto la loro morsa. Questa è una delle accuse che si leggono nelle ordinanze di custodia cautelare emesse oggi dal G.I.P. di Roma nei confronti di quello che viene definito il Clan Casamonica. L'operazione Gramigna bis, che ha visto impiegati circa 150 Carabinieri del Comando Provinciale della Capitale, ha portato all'esecuzione di 23 misure cautelari (di cui venti in carcere) nei confronti dei membri della nota famiglia di origini sinti. Si tratta del proseguo -ma non della fine, come spiega il procuratore capo di Roma, Michele Prestipino- dell'operazione Gramigna che nel luglio 2018 aveva già portato in carcere altri 37 membri della famiglia. Sono ritenuti responsabili in concorso tra loro dei reati di intestazione fittizia di beni, spaccio di stupefacenti, estorsione e usura con l'aggravante del metodo mafioso.

Sebbene l'usura sia ancora uno dei core-business del gruppo criminale, come già era emerso dall'operazione Gramigna, la novità investigativa arriva oggi dalle estorsioni a esercizi commerciali e imprenditori. Come precisano gli investigatori, non si tratta dell'imposizione classica del pizzo che può avvenire in altri contesti dove le mafie controllano militarmente il territorio. In questo caso, la famiglia -in particolare Giuseppe Casamonica detto “mano monca” e sua moglie Rosaria- si sarebbe rivolta all'imprenditore della Romanina, Christian Barcaccia, e alla sua società Wordlluce srl per l'acquisto di alcuni elementi di arredo.

Merce per un valore di 26.500€ e 18.000€, pagata soltanto in parte con un acconto di 6000€. La dinamica ricostruita dagli inquirenti sarebbe la seguente: i Casamonica, dopo aver lasciato l'acconto, si sarebbero presentati a richiedere gli arredi, che però non erano ancora giunti nell'esercizio commerciale. Sarebbe cominciato così un vero e proprio assedio all'attività economica del Barcaccia, fatto di una presenza costante dei membri della famiglia Casamonica e con un relativo danno di immagine. Scrivono i pm: “Le richieste nei confronti del Barcaccia erano fatte con minacce larvate, che consistevano anche nell'essere avanzate continuamente, con un tono aggressivo e nel corso dei mesi”. Nell'ordinanza si leggono gli ordini impartiti all'imprenditore: “Non me ne frega un cazzo, vedi quello che devi fare ma devi portare i mobili a casa” urlate nell'esercizio commerciale in presenza di altri clienti.

Questa pressione sarebbe sfociata nelle richieste estorsive nei confronti dell'imprenditore, a fronte dell'acconto versato gli sarebbe stato imposto il pagamento di interessi settimanali pari a 1500€ (con un tasso usuraio stimato in 1200% annuo). Una volta riuscita l'estorsione, come riportano gli inquirenti nell'ordinanza di custodia cautelare, la voce si sarebbe sparsa anche tra gli altri membri della famiglia, che con lo stesso stratagemma avrebbero cominciato a taglieggiare anch'essi l'imprenditore Barcaccia. Quindi, oltre ad arredare le proprie case con i mobili di Barcaccia senza pagarli, i Casamonica avrebbero anche estorto ingenti somme economiche all'imprenditore.

Non solo usura ed estorsioni, ma anche traffico di droga

Giuseppe Casamonica detto “mano monca” non è nuovo alle cronache giudiziarie, racconta Nello Trocchia nel suo libro “Casamonica”. L'omonimo del più famoso e potente “Bitalo” è il “re di via Devers”, classe 1972. È stato accusato di traffico di stupefacenti agli esiti dell'indagine “Tenacia” del 2009. Via Devers era una “piazza di spaccio aperta ventiquattr’ore al giorno”, in cui l'organizzazione capeggiata dai Casamonica avrebbe smerciato dosi di cocaina da 40 euro a bustina. Giuseppe Casamonica è accusato di aver organizzato con altri il traffico sistematico di cocaina, demandando lo spaccio alle donne. Lo stesso Giuseppe avrebbe agito da vedetta, girando in motorino per le strade del quartiere e riconoscendo a vista le volanti in borghese utilizzate dalle forze dell'ordine per gli appostamenti.

Giuseppe Casamonica viene condannato a sedici anni in primo e secondo grado, Nello Trocchia descrive un loro recente colloquio avvenuto proprio davanti alla sua villa alla Romanina: “Lo sai perché ho preso sedici anni?” -il giornalista riporta le parole di Giuseppe- “Perché ero fuori casa mia a mangiare un panino. Loro hanno un filmato mentre io mangio un panino e mi hanno dato sedici anni. Non ho ancora il definitivo e ora sto qua”. Ci stava fino a stamattina, quando i militari dell'Arma dei Carabinieri lo hanno condotto in carcere. "C'è ancora molto da fare" -commenta il giornalista Nello Troccia- "perché sono ancora tanti i boss dei Casamonica ancora liberi, padroni di fette di territorio romano e che sono a capo di altri arcipelaghi che attualmente non sono stati colpiti e che sono liberi di continuare i loro affari".