"Lo stadio Flaminio è un relitto, non c'è la volontà di recuperarlo". A parlarci della questione dello Stadio Flaminio è Alfredo Parisi, presidente di FederSupporter e del comitato "Salviamo il Flaminio". Da solo, con l'aiuto di pochi amici, porta avanti da anni una battaglia contro i mulini a vento, per salvare lo stadio Flaminio dal dimenticatoio. Ora crescono solo erbacce in un terreno di gioco che, fino a qualche anno fa, era curato quasi quotidianamente. Un patrimonio architettonico che sembra essere diventato una cattedrale dimenticata nel centro di Roma, con il rischio che venga ricordato come un luogo di grandi pagine sportive lasciato marcire nel cuore della Capitale. Sono passati sessant'anni da quando il Flaminio venne inaugurato. Fu il frutto architettonico di un'idea della famiglia Nervi: il padre Pierluigi e il figlio Antonio, l'uno ingegnere e l'altro architetto, progettarono l'opera sotto la direzione del dottor Bruno Magrelli, portandola a termine il 19 marzo del 1959. L'impianto, il secondo più grande di Roma, venne utilizzato in occasione delle Olimpiadi italiane del 1960. Prese il posto dello stadio Nazionale, diventando un gioiello incastonato tra viale Tiziano e Corso Francia, che negli anni ha ospitato pagine indelebili dello sport nazionale e non solo.

Le pagine di storia

L'apice dell'avventura del Flaminio alle Olimpiadi del 1960 si tocca nella semifinale tra l'Italia e l'ex Jugoslavia quando, davanti agli occhi di un pubblico in attesa, si decise la finalista con il lancio della monetina. La sorte fu avversa agli azzurri, che poi si classificarono quarti, mentre la lira caduta sull'erba dello stadio premiò il blocco balcanico, che poi vinse il torneo. Dopo le Olimpiadi divenne il nido della Lazio e della Roma, che negli anni si alternarono in una casa che sembrava ormai comune a entrambe. Ma il Flaminio non è solo calcio. Il complesso della famiglia Nervi fu la culla dei concerti di molte rockstar del ventesimo secolo: ospitò per la prima volta in Italia David Bowie, fino a far danzare il re del pop Michael Jackson e a far cantare i Rolling Stones, tutti messi a tacere dalle proteste degli abitanti vicini allo stadio, stanchi del troppo rumore. Ma se dici Flaminio dici rugby. La Federazione Italia Rugby (FIR) lo scelse come dimora della Nazionale a causa dell'assenza di una pista d'atletica e per la vicinanza con il pubblico, talmente vicino da poter urlare nelle orecchie dei piloni durante la touche. Urla strozzate il 12 marzo del 2011, quando con la palla ovale il Flaminio conobbe il suo canto del cigno. L'Italia sconfisse la Francia di un solo punto, 22 a 21, con una realizzazione maturata negli ultimi istanti di gara. I tifosi uscirono felici dallo stadio, senza sapere che quello sarebbe stato il sipario di una grande storia e l'inizio dell'abbandono del Flaminio.

Un futuro incerto

I primi spiragli di luce si sono intravisti a ottobre, quando il Comune di Roma ha stanziato circa 100mila euro per la bonifica dell'intero impianto. I dipendenti dell'AMA hanno rimosso le erbacce che crescevano nel manto verde dello stadio, ripulendo i dintorni e i seggiolini dell'impianto dalla sporcizia. Un'operazione di pulizia che non ripiana la vicenda Flaminio: per molti anni si è parlato dello stadio come possibile casa della Lazio, un'ipotesi che non è mai stata accolta dal presidente Claudio Lotito. Abbandonato anche dalla Roma, alle prese con la vicenda Tor di Valle, è stato accantonato dal mondo dello sport, ma non solo. Nel corso degli anni, come ci spiega Alfredo Parisi, "il Coni e il Comune di Roma si sono palleggiati le responsabilità". Parisi ci ha spiegato che tra le soluzioni proposte c'era anche quella di adottare un progetto sulla falsa riga di quanto avvenuto a Londra, con lo stadio del Chelsea che vede alcuni cittadini e tifosi tra i comproprietari. "È una richiesta – dice Parisi – che avevamo portato avanti con il Comitato, ma il progetto è stato abbandonato nonostante le formali richieste avanzate ai vari assessorati". Tra le possibili soluzioni, oltre alla comproprietà, si parla anche del crowdfunding, un finanziamento collettivo in grado di coinvolgere sia imprenditori che semplici cittadini, lo stesso di quanto recentemente accaduto con la ricostruzione del Filadelfia di Torino. Un'ipotesi di ristrutturazione totale, con abbattimento e ricostruzione, era stata invece paventata con il "piano Industriale per Roma" del 2017, meglio conosciuto come "piano Calenda". Le fasi della ristrutturazione del Flaminio sarebbero dovute partire ad ottobre 2017, con l'avvio della fase preliminare del progetto, per poi concludersi a marzo del 2018, con l'inizio della fase di fattibilità tecnica ed esecutiva. Un iter burocratico anch'esso sparito dai radar, come la memoria storica riguardo a questo stadio. Tra l'assenza di progetti concreti e le incertezze della politica il rischio è che il Flaminio non riveda più la sua ripartenza, restando soltanto un ricordo del nostro passato architettonico.