Sono stati sgomberati questa mattina i 120 rifugiati sudanesi, che da anni risiedevano in via Scorticabove, una traversa di via Tiburtina a ridosso del Grande Raccordo Anulare alla periferia est di Roma. Le forze dell'ordine parlano però di "sfratto" e non di sgombero: dal 2015 la coop che gestiva lo stabile, coinvolta in Mafia Capitale, lo ha letteralmente abbandonato e la proprietà ha chiesto così di rientrarne in possesso. Al di là della dicitura formale però rimane la realtà di centoventi cittadini protetti dalla normativa internazionale, che rimangono senza alternative e senza un tetto.

In questi anni, grazie anche alla collaborazione di tante e tanti, qui si era dato un modello positivo d'integrazione, mentre ora il futuro è quanto mai incerto. La Sala Operativa Sociale di Roma Capitale sta offrendo ai rifugiati una sistemazione di sei mesi nelle strutture dell'emergenza freddo, con tutta probabilità le "casette" della Croce Rossa in via Ramazzini. I rifugiati non hanno nessuna intenzione di andarsene in silenzio, e per le 16.00 hanno chiamato un'assemblea all'interno della struttura.

Lo scorso 11 dicembre all'interno della struttura si era tenuta un'assemblea a cui avevano partecipato tra gli altri il vescovo di Roma Sud Don Paolo Lojudice e vescovo di Roma Sud, la Rete dei Numeri Pari promossa da Libera, Aboubakar Soumahoro dell'Usb e i movimenti per il diritto all'abitare. In quella occasione era iniziato un percorso per raccontare e far emergere l'esperienza dei rifugiati di via Scorticabove. Oggi invece società civile, sindacati e movimenti denunciano l'assenza della politica, della giunta di Virginia Raggi e in particolare il silenzio dell'assessora al sociale Baldassarre sul futuro dei rifiugiati di via Scorticabove.