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Roma, salgono i contagi nella comunità bengalese: “Torniamo per lavorare e per salvarci dal virus”

Tornano a Roma i tanti lavoratori bengalesi rimasti bloccati nel loro paese di origine dove è scarsa l’informazione e la prevenzione per il coronavirus. Così dopo almeno sei casi accertati di cittadini positivi la comunità corre al riparo assieme alle autorità sanitarie: “Ieri sono arrivati 280 connazionali e volevano partecipare alla preghiera del venerdì. Personalmente non me la sono sentita e ho vietato loro di venire, consigliando a tutti di rimanere a casa in quarantena per due settimane”
A cura di Valerio Renzi
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Preoccupa l'aumento dei casi di coronavirus nella comunità bengalese di Roma, legati al rientro di molti lavoratori residenti a Roma dal Bangladesh, dove sono rimasti bloccati a causa del lockdown. La comunità bengalese della capitale è una delle più grandi e organizzate, ormai parte del tessuto sociale ed economico della città, con una rappresentanza istituzionale riconosciuta e una vita associativa e culturale vivace. Fanpage.it ha incontrato esponenti e rappresentanti della comunità bengalese per sapere come stanno vivendo gli eventi di queste settimane, e per sapere cosa succede nel loro paese di origine.

A Torpignattara incontriamo Siddique Nure Alam, conosciuto da tutti come Batchu, è il presidente dell'associazione Dhuumcatu, che spiega: "Tanti tornano per lavorare e scappano dalla pandemia in Bangladesh, ieri sono arrivati 280 connazionali e volevano partecipare alla preghiera del venerdì. Personalmente non me la sono sentita e ho vietato loro di venire, consigliando a tutti di rimanere a casa in quarantena per due settimane". Lo stesso consiglio è arrivato ieri dalle autorità sanitarie: l'assessore alla Sanità della Regione Lazio Alessio D'Amato ha invitato la comunità bangla ha recarsi presso il drive-in di via Nicolò Forteguerri dell'Asl Roma 2, nel quartiere Prenestino, per eseguire il tampone.

"Molti lavoratori sono rimasti bloccati in Bangladesh e ora stanno tornando.  – aggiunge Batchu – Ci sono stati finora 5 o 6 casi, per fortuna la situazione non è gravissima, però sarebbe stato meglio dare una guida delle informazioni sia alla partenza che all'arrivo noi stiamo facendo quello che possiamo per informare i connazionali dei rischi che fanno correre ai loro familiari ma a tutta la società. Le autorità del Bangladesh in particolare avrebbero dovuto fornire più informazioni a chi era in partenza visto che nel paese ci sono molti casi".

Mohamed Taifur Raman è il presidente dell'associazione ItalBangla, e anche lui esprime preoccupazione: "Se i nostri connazionali rientrano e qui scoppiano dei focolai è normale che siamo preoccupati, anzi questo ci fa anche un po' arrabbiare perché ognuno è responsabile anche individualmente di un comportamento che può fare danni alla società". Incontriamo anche un cittadino appena rientrato dal suo paese di origine dove è rimasto bloccato è Halim, gestore del locale del Pigneto "Spaghetti a Mezzanotte", che conferma la mancanza d'informazione e la situazione difficile nel suo paese di origine dove al momento i contagi confermati sono 140.000 ma potrebbero essere molti di più: "In aeroporto ci hanno controllato solo la temperatura ma non ci è stata date nessun'altra indicazione".

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