Tutti conoscono il carcere romano di Regina Coeli, situato nel centro città, in pieno rione Trastevere. Le sue celle sono visibili dal Gianicolo, uno dei colli di Roma, e se si urla abbastanza forte da lì è possibile farsi sentire dalle persone recluse. Che, in questo momento, hanno raggiunto un numero molto elevato. Lo rivela l'associazione Antigone, una Ong che da anni si occupa della tutela dei diritti e delle garanzie nel sistema penale: nella sua ultima visita, i rappresentanti di Antigone hanno rilevato che in una struttura che può contenere fino a 624 persone, ce ne sono 960. Un sovraffollamento che crea molti problemi non solo a livello di vivibilità nella struttura, ma anche a livello di attività educative e professionali da mettere in campo. Che, a causa della carenza degli spazi, sono molto difficili da attivare. "Regina Coeli è un istituto vecchio, un convento del 1600 che alla nascita dello Stato unitario è diventato un carcere – spiega Claudio Paterniti Martello, di Antigone – E presenta le problematiche strutturali tipiche degli istituti dei secoli scorsi. Si tratta di un posto dove le celle di quasi tutte le sezioni sono aperte otto ore al giorno, quindi l'amministrazione carceraria tiene conto delle esigenze dei detenuti. Il problema è che l'istituto è molto affollato, anche perché rispetto al passato sono aumentati gli ingressi". Regina Coeli è una casa circondariale pura, che contiene soprattutto detenuti in attesa di giudizio: solo una piccola parte ha ricevuto una condanna che, in ogni caso, è spesso molto breve. "Questo comporta che molte attività che richiedono un tempo lungo di programmazione sono difficilmente fattibili – continua Martello – I tempi di attivazione sono lunghi e dove non ci sono dei numeri stabili di presenti non è semplice attuarle".

Regina Coeli, aumentati gli ingressi in carcere

Nel carcere di Regina Coeli operano molti volontari, tra cui quelli dell'associazione Antigone. C'è quindi, all'interno della struttura carceraria, una forte presenza della società civile: una cosa positiva, data soprattutto dalla sua posizione molto centrale a Roma. "Dal 1600 sono stati fatti ovviamente vari interventi di ristrutturazione, ma bisogna farne altri perché è molto tempo che non si interviene. Con i numeri così alti, però, si può fare poco. Gestire 350 persone in più è difficile perché gli spazi sono pensati per 624 e questo vuol dire che per gestirle si toglie spazio ai luoghi in cui si dovrebbero svolgere attività educative e professionali". Il sovraffollamento non è dato solo dall'aumento degli ingressi in carcere, ma anche dal fatto che si esce di meno. Il 60% della popolazione carceraria a Regina Coeli è di origine straniera e per queste persone è più difficile accedere alle misure alternative per lo sconto della pena. "Le persone straniere sono quelle con maggiore vulnerabilità – dice Martello – Perché hanno minori collegamenti con il territorio. Il carcere è un luogo in cui si è separati dalla società e i legami giocano quindi un ruolo molto importante. E purtroppo loro fanno meno colloqui e anche meno telefonate. Ogni numero, infatti, deve essere verificato e spesso è difficile controllare chi chiamano. Con il risultato che a volte non possono fare la telefonata".

"Farla finita con la cultura carcero – centrica"

Qual è la soluzione a tutto questo, come far sì che le persone detenute possano avere una vita dignitosa anche all'interno del carcere? "Bisognerebbe innanzitutto che ci fossero meno persone, perché in questo caso sarebbe possibile fare più facilmente interventi di tipo strutturale. In questo modo si potrebbero portare avanti corsi educativi e professionali per tenere impegnati i detenuti. Un'altra cosa importante, è che a Regina Coeli non c'è un campetto all'esterno, non ci sono aree verdi: certo, l'istituto nasce così come struttura, ma ricavare tutti questi spazi è una cosa possibile quando si hanno meno detenuti". L'articolo 27 della Costituzione dice che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato. Cosa difficile, però, quando un carcere è così pieno che non permette di svolgere quelle attività che dovrebbero tendere proprio a questa funzione. "Ci vorrebbe una certa cultura che non sia carcero – centrica. Le legislazione e la Costituzione non lo sono, la cultura invece sì. Il carcere dovrebbe essere l'extrema ratio, ma spesso non è così. Per far sì che quei due/tre mesi di carcere non abbiano una funzione desocializzante e non facciano aumentare la spirale criminogena, è importante prevedere tutta una serie di attività. Che in parte sono svolte, ma in un parte troppo piccola".