"Stiamo a casa senza lavoro, senza stipendio, senza nulla. Siamo dipendenti comunali da più di dieci anni, e nonostante questo per noi non è prevista nessuna misura di sicurezza. Dopo anni di lavoro continuiamo a essere bistrattati e non considerati. Non è possibile che non si faccia nulla per la nostra situazione". Martina, Laura e Marta sono educatrici delle scuole d'infanzia comunali. Sono entrate in graduatoria nel 2009 e da oltre dieci anni lavorano più o meno tutti i giorni negli asili con contratti giornalieri. "Svolgiamo un lavoro essenziale e se oggi le strutture vanno avanti nel migliore dei modi e senza alcun disservizio è anche grazie a noi. Chiediamo di essere maggiormente tutelate perché non siamo una categoria invisibile".

"Facciamo supplenze, lavoriamo quando le educatrici si ammalano o hanno delle necessità per la 104 – spiegano a Fanpage.it – Anche se ci chiamano giorno per giorno, riusciamo comunque a lavorare abbastanza da portare uno stipendio a casa a fine mese. Nei mesi estivi, quando la scuola è chiusa, chiediamo la Naspi, così siamo coperte anche nel periodo di inattività". In seguito alla chiusura delle scuole per l'emergenza coronavirus, sono rimaste a casa ma senza stipendio. Avendo maturato tra i 50 e i 70 giorni di servizio da settembre fino a oggi, le educatrici potrebbero richiedere la Naspi. "I sindacati ci hanno consigliato di procedere in questo modo – spiega Martina – Ma se chiediamo la Naspi ora, saremo coperte solo per un mese e mezzo massimo. Con la conseguenza che durante l'estate, quando la scuola è chiusa, ci troveremo nuovamente senza soldi".

Anche gli assistenti educativi che lavorano nelle scuole adesso si trovano a casa senza nessuna copertura. La maggior parte di questi precari non è tutelata durante l'emergenza coronavirus e si trova nell'impossibilità di assistere gli studenti. Il loro, infatti, è un lavoro molto delicato che riguarda in special modo la socializzazione dei bambini con fragilità, e che richiede quindi la presenza fisica dell'educatore all'interno dell'istituto. In ogni caso, forme di sostegno a distanza a loro non sono state nemmeno proposte. "Non riteniamo sufficiente la misura del FIS (60/80%) o della Cassa Integrazione per sostituire un salario già per noi inconsistente e poco dignitoso in tempi di normalità – dichiarano i lavoratori AEC in una nota – Chiediamo che gli Enti locali siano responsabili dei servizi pubblici territoriali e che utilizzino i fondi pubblici per integrare gli ammortizzatori sociali per garantire la piena retribuzione delle operatrici e degli operatori".