"Non ci è mai capitato di avere così tanti messaggi che raccontano violenze e abusi in un così breve tempo da un solo istituto penitenziario". A raccontarlo ai microfoni di Fanpage.it è Susanna Marietti, coordinatrice nazionale dell'Associazione Antigone che proprio di carcere e diritto si occupa. Le missive dei detenuti del carcere di Viterbo contengono il racconto di un orrore quotidiano: percosse, arbitrio, isolamento, insulti (anche a sfondo razzista). Le interrogazioni parlamentari, come quella estremamente dettagliata di Riccardo Magi dei Radicali Italiani, le denunce del Garante dei Detenuti del Lazio Stefano Anastasia e di quello nazionale Mauro Palma, stanno alzando il velo su quanto accade tra le mura del Mammagialla.

Due storie su tutte. Quella di Hassan Sharaf, cittadino egiziano di 21 anni, che il 23 luglio del 2018 si è tolto la vita impiccandosi nella cella di isolamento dove si trovava da due ore. Il 9 settembre, neanche due mesi dopo, sarebbe tornato in libertà. Invece non ha retto la pressione di quel luogo. "Ho paura di morire", aveva riferito al Garante in visita nel carcere. All'avvocata Simona Filippi aveva mostrato segni di percosse in diversi punti del corpo raccontando di essere stato picchiato dalle guardie penitenziarie. Il Garante ha presentato un esposto alla Procura competente. L'altra vicenda emblematica è quella di Giuseppe De Felice che ha denunciato di essere stato massacrato di botte da dieci agenti con il volto coperto, che hanno utilizzato anche una mazza per picchiarlo. Portato in infermeria per qualche ora nessuna si è occupato di lui. Un racconto constatato ancora una volta dal Garante dei Detenuti e dal consigliere regionale di +Europa Alessandro Capriccioli, e amplificato dalle parole della moglie del 31enne, che si è rivolta a Rita Bernardini del Partito Radicale.

Giuseppe e Hassan sono solo la punta dell'iceberg di una violenza quotidiana e sistematica, secondo quanto emerge dalle dieci lettere arrivate nel 2018 ad Antigone. Tanto che Stefano Anastasia non esita a parlare del Mammagialla di Viterbo come di un carcere punitivo, in un paese "dove il carcere punitivo non esiste". Qui verrebbero destinati detenuti riottosi o che hanno creato problemi in altri istituti di pena. Quel che è certo è che il Mammagialla in questo momento è un punto cieco della nostra democrazia su cui al più presto è necessario fare luce. Un luogo oscuro su cui è necessario si accenda l'attenzione delle istituzioni, della politica della società civile. Quando lo Stato sospende ogni diritto dei cittadini che si trovano inermi nelle sue mani siamo di fronte a un'emergenza democratica. "Se il carcere si chiude diventa un posto dove è difficile controllare cosa accade, per questo bisogna fare in modo che le strutture siano sempre più attraversate dall'esterno", suggerisce Anastasia. Dopo le denunce, le testimonianze, le interrogazioni nelle aule parlamentari nessuno potrà fare più finta di niente. Sta a noi tutti vigilare affinché le cose cambino davvero.