Non pagano i contributi ai propri lavoratori e si comprano yacht e immobili di lusso

Nel registro degli indagati sono finiti in otto, accusati di frode fiscale, riciclaggio, appropriazione indebita, distruzione di scritture contabili e sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte. Il "giochino" è andato avanti per diversi anni. Un complesso meccanismo di società fittizie "apri e chiudi", una scatola cinese di conti, nomi, falsi intestatari con il solo obiettivo di evadere il fisco. A mettere la parola fine alla maxi truffa gli uomini delle fiamme gialle del Comando provinciale di Roma, che hanno coordinato l'azione dei colleghi in 10 province di Lazio, Toscana, Veneto e Emilia Romagna e Campania. Sotto sequestro preventivo sono finiti conti corrente, quote societarie e 41 beni immobili. Al vertice del sodalizio criminale quattro uomini di origine campana, a capo di grandi aziende che lavoravano in tutta la penisola fornendo manodopera a vario titolo (facchini, operai, operatori di call center) arrivando ad avere più di 2000 persone tra i dipendenti.
Lusso e investimenti con i soldi dei dipendenti
"Lo schema fraudolento – spiega la guardia di finanza – era quello di creare, avvalendosi di teste di legno, cooperative e s.r.l. con una ‘vita media' di tre o quattro anni, fatturando regolarmente i ricavi ma ‘dimenticandosi' di versare qualsiasi tipo di imposta (Iva, Ires, Irap, ritenute d'acconto, contributi Inps e oneri sociali), frodando così, non solo il fisco per 45 milioni di euro ma anche migliaia di lavoratori". A rimetterci così erano soprattutto i lavoratori: i loro contributi previdenziali venivano rendicontati ma mai versati, per poi essere utilizzati dagli imprenditori senza scrupoli per acquistare ville, yacht, auto di lusso, il tutto intestato a prestanome ma pagato con assegni circolari riconducibili alle società coinvolte nella frode.
Grazie a queso sistema gli imprenditori coinvolti non solo si arricchivano illecitamente, ma erano in grado di battere la concorrenza grazie ai prezzi più che competivi, aggiudicandosi gli appalti proponendo tariffe ben inferiori alla media. Per fermare il sistema illecito sono serviti due anni di indagini aperte dalle fiamme gialle di Fiumicino e dal procuratore della Repubblica di Civitavecchia, Gianfranco Amendola e dal sostituto procuratore Lorenzo Del Giudice. I beni sottoposti a sequestro preventivo ammontano a 22 milioni di euro e sono sparsi tra Lazio, Toscana, Veneto ed Emilia.