Baobab, foto di repertorio
in foto: Baobab, foto di repertorio

"Per tutta la solitudine che ha provato dentro, fuori ci sono decine di persone a piangerlo. Amici e genitori increduli per quanto accaduto e che stanno soffrendo moltissimo". Alla storia di Mohamed Ataif, il ragazzo di 24 anni che si è suicidato nella cella del carcere Mammagialla di Viterbo, si aggiunge un nuovo pezzo. Il giovane fuori dal carcere aveva un mondo di amicizie e affetti, resi inesistenti da una burocrazia e da regole che rendono praticamente impossibili i contatti con detenuti di origine straniera. A raccontarci di più sul 24enne proveniente dal Sudan è Myriam El Menyar, attivista di Baobab Experience che lo ha seguito e aiutato da quando è arrivato a Roma. Baobab è un'associazione di volontari che si occupa di assistere i migranti che giungono nella capitale, che sono in transito o rimangono bloccati nel nostro paese, sia per quanto riguarda l'aspetto umanitario, sia offrendo supporto legale. Mohamed è stato con loro nel campo di piazzale Maslax, ed è stato seguito nella richiesta di protezione internazionale. Quando è stato portato in carcere, qualche volontario è riuscito ad andare a trovarlo a Regina Coeli, ma quando è stato trasferito al Mammagialla le cose si sono complicate. E pensare che visto la scarsa entità della pena, Mohamed in carcere ci sarebbe potuto proprio non entrare, ma non avendo un domicilio e una casa il giudice ha scelto per la detenzione. Sarebbe tornato libero tra pochi mesi.

"Mi stanno chiamando dal Sudan, dall'Arabia Saudita, dall'Inghilterra, dal Belgio, dal Lussemburgo – spiega Myriam – La cosa incredibile di questi ragazzi è che mentre fuori dal carcere hanno amici e famiglia, dentro sono soli. Da una parte perché, stando spesso in un altro paese, sono impossibilitati fisicamente ad andare. E gli amici che stanno qui invece, non essendo parenti e avendo nella maggior parte dei casi permessi di soggiorno anche in attesa di rinnovo, non vengono autorizzati dal giudice per il colloquio. Si tratta di richieste molto particolari, che spesso vengono negate. Anche contattarli telefonicamente è complicato: per chiamare da un altro Stato serve infatti una copia del documento e una del contratto telefonico. Ma una madre che chiama dal Sudan non ce l'ha il contratto telefonico, nemmeno capisce a cosa ci si riferisce quando le viene chiesto. Ecco perché non ricevono né chiamate né visite".

Mohamed è stato condannato alla solitudine nonostante gli amici volessero vederlo e il padre volesse telefonargli. "Una volta per parlare con un ragazzo con problemi psichiatrici che a Roma non aveva nessuno, ho chiesto due volte al giudice un incontro. Per due volte mi è stato rifiutato nonostante avessi specificato che i familiari non erano in Italia e che aveva bisogno di aiuto. È difficile per me che sono europea entrare in contatto con loro, figuratevi uno straniero col permesso di soggiorno che vuole far visita a un amico". Da quello che ci raccontano, prima di entrare in carcere Mohamed era un ragazzo allegro, sempre pronto alla battuta e con una gran voglia di scherzare. "Sono tutti scioccati dal fatto che sia arrivato a togliersi la vita. Questo è indicativo del baratro di disperazione in cui era caduto per la solitudine che gli è stata imposta".

Il carcere di Mammagialla è una struttura molto attenzionata, oggetto anche di interrogazioni parlamentari, dove da tempo i detenuti denunciano abusi e vessazioni da parte del personale penitenziario. Le lettere affidate all'associazione Antigone, che da anni si occupa di giustizia, carceri e diritti umani, raccontano di botte nel cuore della notte, celle lisce, pestaggi anche ai danni di persone con problemi psichiatrici. Una realtà drammatica che parla di un carcere violento e punitivo, di certo non riabilitativo per i detenuti. Sono in corso due indagini, una penale e una amministrativa, per far luce sulle vicende emerse.