Mille candele per Stefano Cucchi: Roma si illumina per chiedere giustizia

"Queste luci stasera forse faranno sentire a Stefano che davvero non è da solo", dichiara Ilaria Cucchi mentre attorno a lui più di mille candele si accendono in Piazza Indipendenza davanti alla sede del Consiglio superiore della magistratura. Sono più di duemila i cittadini romani che hanno risposto all'appello della famiglia Cucchi e dell'associazione Acad, acronimo che sta per "Associazione contro gli abusi in divisa". "Le persone comuni hanno capito, tutti hanno capito", dice sempre Ilaria guardandosi attorno. Certo, la manifestazione è stata organizzata con l'aiuto di diversi centri sociali capitolini, ma le facce di Piazza Indipendenza sono per la maggior parte di persone "normali", non di attivisti o militanti politici. Persone indignate dalla sentenza del Tribunale di Roma che assolve tutti gli imputati per la morte di Stefano per insufficienza di prove: "Io so chi è stato" recita un cartello, "Stefano non è morto di freddo" è scritto su di un altro. Tanti i giovanissimi, di appena sedici o diciassette anni, pochi gli esponenti politici, tolto qualche esponente di Sel e di Rifondazione. C'è Amnesty International che continua a battersi per il riconoscimento del reato di tortura in Italia e c'è l'associazione Antigone che si occupa di diritti dei detenuti. Mentre le candele si accendono parlano i familiari di Stefano, qualche momento di commozione e gli applausi che riempiono il silenzio. "Sono qua perché Stefano poteva essere mio figlio – racconta una signora di mezza età – Ma soprattutto perché voglio vivere in un paese in cui la legge sia uguale per tutti". Un gruppo di ragazzi mette in fila decine di candele sul marciapiede: "è una bella iniziativa e abbiamo voluto partecipare: è consolante sapere che tanti cittadini non si arrendono alle ingiustizie, speriamo che lo sentano anche le istituzioni".
Mai più un nuovo caso Cucchi
Attorno alla famiglia Cucchi si stringono i parenti di altri cittadini deceduti in circostanze analoghe, morti mentre erano nella mani di quello Stato che dovrebbe difenderli, o che hanno denunciato violenze da parte delle Forze dell'ordine. Parla il nipote Franco Mastrogiovanni, morto legato su un lettino di un ospedale psichiatrico; la sorella di Dino Budroni, freddato da un colpo di pistola mentre la polizia lo inseguiva in macchina; parla la mamma di Stefano Gugliotta, massacrato di botte poco distante dall'Olimpico perché scambiato per un ultrà. "Sono tante la famiglie che seguiamo come associazione – spiega Luca Blasi di Acad – Storie diverse ma accomunate tutte dall'aver subito un abuso di potere da parte di chi dovrebbe invece proteggere i cittadini. Al nostro numero verde riceviamo decine di chiamate, poi sono pochi quelli che trovano il coraggio di denunciare quello che avviene nel buio delle caserme, dei commissariati, delle carceri. Per questo queste candele non si devono spegnere, perché quello che accade lo devono vedere tutti. Perché non vogliamo ritrovarci a parlare di un altro caso Cucchi".
