Michela Di Pompeo
in foto: Michela Di Pompeo

Una lettera a un condannato per femminicidio scritta dal Movimento Spontaneo di amici, amiche e studenti di Michela Di Pompeo, in occasione della protesta per l'appello fatto dagli avvocati di Francesco Carrieri. Il presidio è sceso in strada in via Golametto, a partire dalle 8.30 di questa mattina, giovedì 13 giugno, per manifestare il proprio dissenso nei confronti di ogni sconto di pena per l'ex compagno di Michela, condannato con il rito abbreviato a trent'anni di carcere per l'omicidio compiuto il 1 maggio del 2016, nell'appartamento della coppia in via del Babuino, a Roma. Dentro la Corte d'Assise l'udienza, fuori, tutti con una maglietta rossa, per ricordare il sangue versato delle vittime. L'intenzione è quella di riaccendere il dibattito sui casi i violenza contro le donne che hanno visto le sentenze di condanna più blande riconosciute ad alcuni imputati. "La lotta per cambiare la legge su rito abbreviato per casi di femminicidio è vinta perché approvata – spiegano i parenti e gli amici di Michela – tuttavia Francesco Carrieri, giudicato prima che la legge passasse, probabilmente in questo ricorso insisterà sull'infermità mentale". Il caso Di Pompeo è emblematico: Michela, una "donna intelligente ed eccezionale, grande magister" come la ricordano affettuosamente le persone che le vogliono bene, uccisa dal compagno Francesco, un uomo che si mostrava "potente, forte e influente". L’uomo prima l’ha strangolata nel sonno, poi l’ha sfigurata colpendola ripetutamente con un peso da palestra da cinque chili scagliato contro il viso e la testa.

Lettera a un condannato per femminicidio o per violenza sulle donne

Finalmente dopo una lunga attesa è scoppiata l'estate! Ma non per te e nemmeno per le tue vittime, che mai la rivedranno perché scomparse, mutilate, sfigurate, o semplicemente annientate nella loro integrità. Forse il periodo intercorso tra il crimine e la tua condanna, avrai ripensato al tuo gesto e te ne sarai amaramente pentito. Forse avrai cercato di trovare un alibi a posteriori, dicendo che eri esasperato, o che avevi sopportato abbastanza. E dopo la tua condanna avrai fatto abbastanza per recuperare la tua coscienza e ripulirla, per quanto possibile, da una macchia indelebile. Tuttavia rimarrai segnato a vita…come hai segnato la vita delle famiglie e degli amici della tua vittima.

Allora, cosa voglio da te? Vorrei farti capire quanto la tua condanna sia importante per evitare che altre vittime cadano ancora, quelle che sono già segnate e che camminano in bilico tra la vita e la morte, a causa dei tuoi piccoli cambiamenti di umore, per le ore di sonno che ti sono mancate. per i farmaci di troppo, per l'alcool, per le droghe, o semplicemente, per le difficoltà al lavoro. La tua condanna allontanerà i prossimi crimini contro le donne o i soggetti più deboli.

Ti chiedo quindi di non contrastare la tua condanna cercando scappatoie giuridiche o legali. Nessuna prescrizione, nessuna attenuante, nessuna riduzione di pena per infermità mentale aiuterà le prossime vittime a salvarsi e i loro carnefici a frenare il proprio proposito di non varcare la soglia. I tuoi compagni di sventura, coloro che hanno la mano già alzata per colpire potranno fermarsi se la cultura giuridica di questo paese recepirà finalmente il femminicidio come il più odioso dei reati, sanzionandolo coerentemente e persistentemente, con il massimo della pena.

E allora, cosa devi fare? Ti consiglio negli anni che ti separano dalla liberazione di batterti per la difesa dei deboli in qualunque modo: di prendere parte ad associazioni o iniziative e, se solo fosse possibile, di renderti disponibile per salvare vite umane. Mi piace vederti idealmente in azione mentre nei mari mossi e freddi ti prodighi per allungare una mano a chi cerca un appiglio per non affogare, oppure mentre scavi in mezzo alle macerie, per ridare ossigeno per ha sopra di sé solo detriti. Mi piacerebbe vederti aiutare i malati, i poveri, i bisognosi. Ma questo temo non sia possibile per ora, sebbene sarebbe la tua giusta espiazione della pena. Peccato!

Comunque ogni occasione per attivarti in difesa delle vittime sarà gradita dalle famiglie, amici e da chi ha il dovere di controllarti e giudicarti nella tua condotta. Ti chiedo di non pretendere di tornare in libertà troppo presto, e di capire che la tua severa condanna aiuterà altre donne a non morire. Ti chiedo di non pretendere che il tuo processo sia più rapido di quello degli altri: la fretta sarà nei prossimi anni il tuo nemico. Forse avrai cercato aiuto nella religione o nella preghiera, ma non sperare di essere riabilitato per questo. Contano di più gli atti concreti, quelli che ti possono riportare a stare al mondo come tutti dovrebbero saper stare. Senza usare violenza sui deboli o privare della vita chi ne ha diritto.

Ma forse hai scelto di pensare ad altro e anche questo è un tuo diritto. Ti pregherei almeno di non assecondare il tuo avvocato quando ti propone di far sparire la tua liquidazione, oppure di mettere al riparo i tuoi beni per evitare che siano disponibili per un qualunque risarcimento. Ti pregherei di non fingerti un malato mentale, poiché sai bene di non esserlo mai stato, visto che hai condotto una vita lavorativa e sociale normale e di successo. Hai saputo essere gentile e premuroso per conquistare l'amore e la fiducia della tua vittima, e sei stato una persona normale fino al giorno in cui hai approfittato della tua forza fisica superiore per percuoterla o annientarla.