"Annuale pellegrinaggio di tre generazioni di Calenda ai Fori. Centro del mondo e luogo di nascita dell’Occidente. In marcia verso il Campidoglio, sul clivo capitolino. Chi vuole intendere intenda". Così su Instagram scriveva pochi giorni fa l'ex ministro, oggi eurodeputato e leader di Azione Carlo Calenda. Nella foto il dito a indicare in Palazzo Senatorio l'obiettivo, e un messaggio inequivocabile: "sto arrivando". Subito dopo, come già accaduto negli scorsi mesi, lo stesso Calenda si è schernito, ma che la corsa per la successione di Virginia Raggi lo stuzzichi è cosa certa, nonostante le smentite. Un piano b per esercitare una leadership nel campo del centrosinistra: lasciato il PD in disaccordo con la scelta di sostenere il governo Conte 2, il nuovo partito Azione e l'ambizione di riunire in una sola casa i liberali italiani non sembra stia andando benissimo. Ma la forza di Calenda non è il suo partito ma Calenda stesso, e questo lui lo la sa bene. Forte delle 272.374 preferenze conquistate nella circoscrizione Nord-Est, Calenda piace a molti e occupa stabilmente i salotti dei talk televisivi.

In attesa che il segretario dei dem Nicola Zingaretti metta mano al tema romano, ovvero non prima del voto in Emilia Romagna e della conseguente tenuta o meno dell'esecutivo, Calenda studia da sindaco. Esponenti del Partito Democratico stanno lavorando ai dossier da presentare all'aspirante sindaco per elaborare una terapia choc dalla capitale. Un programma su pochi punti con cui irrompere nel dibattito sul futuro della capitale, in particolare sui temi dei rifiuti e dei trasporti. E anche i primi sondaggi riservati sarebbero stati commissionati e sarebbero in corso di elaborazione per testare il gradimento dell'ex ministro alla guida di una coalizione di centrosinistra. Anche il regista delle campagne elettorali romane, il deus ex machina Goffredo Bettini, sta facendo un pensierino su costruire la squadra giusta attorno a

E se la futuribile candidatura di Calenda piace a molti, ansiosi di arginare la "deriva" civica e a sinistra in atto a Roma del così detto campo "progressista", abbandono le diffidenze soprattutto tra chi ben si ricorda l'esperienza di Ignazio Marino giudicato, al di là dell'epilogo e delle dimissioni firmate davanti al notaio, un leader troppo poco disposto a fare squadra e umorale, senza una base radicata nei territori della città. "A Roma non serve un manager, serve un leader che conosca la città, che venga fuori dalla base riuscendo a fare la sintesi tra tutte le anime di una coalizione che per vincere dovrà essere per forza di cosa larga. Dobbiamo rompere l'idea di essere il partito del centro storico e chi ci mettiamo? Calenda?", si lamenta un dirigente. Rimane poi il nodo delle primarie. Da cronoprogramma dovrebbero essere il prossimo ottobre, massimo novembre. Ma un precipitare della situazione nazionale potrebbe cambiare tutto. Aspettando il voto in Emilia Romagna Calenda studia da salvatore della Capitale.