Aurelia Sordi
in foto: Aurelia Sordi

Non è possibile dimostrare che Aurelia Sordi, la sorella di Alberto, fosse incapace di intendere e di volere. Per questo la vicenda della gestione dell'immenso patrimonio di famiglia non ha colpevoli, secondo i giudici. Non c'è stata circonvenzione di incapace da parte del factotum di casa, Arturo Artadi, diventato di fatto gestore degli averi dei Sordi, perché non ci sono prove per dimostrarlo. L'uomo, insieme al resto dei domestici, era imputato, ma è stato assolto nonostante le considerazioni della procura, che aveva chiesto anche condanne a quattro anni di reclusione. Con le parole dei giudici: "Si ritiene conclusivamente  di non poter affermare con certezza la condizione di circonvenibilità della parte offesa all'epoca dei fatti, non provato peraltro in relazione al singolo atto" (cioè una maxi donazione da parte di Aurelia). La sorella di Sordi non era incapace di intendere e di volere, dimostrano diverse prove, nonostante le conclusioni dei periti, che visitarono la presunta vittima "in un momento in cui come si è chiarito il contesto affettivo della Sordi era profondamente mutato per via dell'allontanamento di Arturo Artadi. Una vicenda dall'impatto emotivo importante. E a cui va aggiunto un accidente vascolare, sì da potersi anche ipotizzare che i periti abbiano avuto a che fare con una persona profondamente diversa da quella che aveva compiuto gli atti dispositivi". Gli imputati, secondo i giudici, non si sarebbero mai messi d'accordo per raggirare la sordi, che invece aveva in Artadi, dopo la morte del fratello, il suo unico riferimento affettivo.

Come detto, il pm Eugenio Albamonte, titolare del fascicolo di indagine, aveva chiesto condanne pesanti per gli imputati: quattro anni per il notaio Gabriele Sciumbata e per l'avvocato Francesca Piccolella, tre anni e cinque mesi per l'autista Arturo Artadi, storico autista anche di Alberto Sordi, due anni per l'avvocato Carlo Farina.