L'epidemia di Covid-19 ha portato alla luce gli squilibri, i problemi e i punti deboli del sistema sanitario italiano. I cluster di contagio, i morti, le inchieste che ne sono seguite nelle strutture di lunga degenza per anziani e malati, settore ormai di quasi completo appannaggio della sanità privata convenzionata, hanno aperto uno squarcio sulla realtà. Una strage che ha imposto all'attenzione dell'opinione pubblica un argomento complesso e poco trattato, se non quando arrivano scandali e perquisizioni, e che ora dovrebbe imporre alla politica nuove regole e scelte di discontinuità con il passato.

Con il “riordino” della rete sanitaria in nome dell’efficienza e della razionalizzazione delle spese, il pubblico ha assunto sempre più un ruolo di committenza di servizi erogati dai privati. I settori cosiddetti post-acuzie (Riabilitazione, lungodegenza, Rsa, Assistenza Domiciliare) nel Lazio sono gestiti in maniera quasi esclusiva da soggetti privati accreditati. Un processo lungo decenni che ha comportato uno squilibrio che rende difficile pensare un'inversione di tendenza in tempi brevi, del resto assente nei documenti programmatici. La domanda di servizi territoriali, secondo la Regione Lazio, è in crescita e, per contrastare il sovraffollamento delle strutture ospedaliere nella rete di emergenza, favorire la deospedalizzazione e rispondere all’evoluzione dei bisogni di una popolazione che invecchia, l’offerta va adeguata. Come? Integrando l’offerta pubblica e privata, e incrementando ulteriormente le risorse destinate alle strutture private accreditate, si legge nel Piano di riqualificazione del sistema sanitario regionale 2019-2021. Ma a quale costo, e soprattutto con quali controlli?

Su oltre 600 ispezioni fatte dalle Asl nelle strutture private con il moltiplicarsi dei contagi, “sono molte le carenze rilevate” ha dichiarato l’assessore alla Sanità Alessio D’Amato, secondo cui quando avremo superato l’emergenza bisognerà ripensare tutto il sistema. D'Amato è poi tornato alla carica sabato 9 maggio ribadendo l'intenzione della Regione Lazio di ritirare gli accreditamenti definitivi a quelle strutture che non hanno seguito le prescrizioni: "Dove si sono registrate situazioni di criticità sono stati svolti audit per verificare la piena applicazione delle indicazioni. Saremo molto severi, fino in alcuni casi alla revoca dell'accreditamento. Chi ha tradito gli anziani non può stare più nel sistema sanitario regionale". Ma per farlo davvero è necessario invertire radicalmente la rotta, facendo crescere il pubblico in alcuni settori ormai appannaggio quasi esclusivo del privato convenzionato, anche perché in alcuni territori non esistono al momento alternative: i privati in questo caso non integrano il sistema pubblico, ma finiscono per sostituirlo, guadagnando nei fatti una capacità contrattuale enorme nei confronti della collettività e agendo in un regime di sostanziale monopolio.

Nel Lazio operano a carico del pubblico 348 strutture territoriali (RSA, hospice, case di cura), 81 strutture di ricovero ospedaliere e 492 strutture ambulatoriali private, secondo il Piano di riqualificazione della Regione. Per essere integrate nel sistema sanitario regionale le strutture devono essere autorizzate, accreditate e devono sottoscrivere degli accordi contrattuali con le Asl, incaricate di monitorare l’attività. La Regione stabilisce la tipologia e i volumi massimi delle prestazioni, e i livelli di finanziamento, da verificare a consuntivo, sulla base delle attività effettivamente svolte. Con l'emergenza Covid il governo ha ampliato il perimetro dei piani di emergenza regionali "dando la possibilità di acquistare nuove prestazioni dai privati, anche in deroga ai tetti di spesa". Ma, proprio per la situazione di emergenza, molte strutture probabilmente registreranno livelli di ricoveri e attività molto inferiori rispetto a quelli finanziati.

Il budget 2019 per le prestazioni private convenzionate, stabilito nel DCA 151 e successivi, è di 1 miliardo 300 milioni di euro. Tra le voci di spesa ci sono oltre 858 milioni di euro per i ricoveri per “acuti”, gestiti per metà dai privati convenzionati; 228 milioni per riabilitazione, 39 milioni per assistenza ospedaliera di lungodegenza, 133 per funzioni assistenziali ospedaliere, 74 milioni per cure palliative (hospice). L’assistenza residenziale intensiva, estensiva e di mantenimento rivolta a persone non autosufficienti, anche anziane, erogate da strutture private accreditate per il 2020 costerà alla Regione 183 milioni di euro.

"Le entrate destinate al finanziamento della spesa sanitaria rappresentano quasi i tre quarti del totale degli introiti correnti del bilancio regionale (il 73,4% nel 2016). Tali entrate sono costituite in misura maggioritaria da tributi propri e, solo in minima parte, da trasferimenti statali del Fondo Sanitario Nazionale" si legge nel rapporto Uil Roma e Lazio ed Eures, secondo cui "i veri protagonisti" della riduzione del disavanzo sanitario "sono stati i cittadini e le imprese del Lazio, che si sono fatti carico di un importante incremento della spesa destinata alla sanità". Che è sempre più gestita da privati.

Come ricordato l’emergenza sanitaria di questi mesi, con l’alto numero di contagi da Covid-19 nelle Rsa private accreditate, ha messo in luce le falle nel sistema della sanità privata convenzionata. Nell’Rsa di Rocca di Papa, il caso più eclatante nel Lazio, si sono verificati 125 casi positivi, 17 decessi e 104 trasferimenti in altre strutture. La vicenda è finita sotto la lente della Procura di Velletri e la Regione ha assicurato che l'accreditamento definitivo, ottenuto nel 2018, sarà revocato se le mancanze saranno confermate.

Con 191 posti letto totali, di cui 95 posti letto per lungodegenza, 80 per Rsa e i restanti per hospice, la casa di cura San Raffaele a Rocca di Papa, convenzionata con la ASL RM E. Costa alla Regione oltre 5 milioni di euro l’anno solo per la lungodegenza, oltre 1 milione e mezzo di euro per l'Rsa, altri 3 milioni per l'hospice, tra residenziale e domiciliare. La struttura è una delle 6 Rsa del gruppo San Raffaele, ex-Tosinvest, di Antonio Angelucci, deputato di Forza Italia ed editore del quotidiano Il TempoIl gruppo conta 14 strutture sanitarie nel Lazio. Quattro delle strutture del gruppo, tra cui le Rsa di Cassino e Montecompatri al centro delle indagini delle Asl, percepiscono oltre 55 milioni di euro solo per la riabilitazione post-acuzie. L’Rsa di Cassino percepisce anche circa 4 milioni per prestazioni di lungodegenza. L’Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico San Raffaele Pisana offre 11 prestazioni diverse: per 3 di queste percepisce circa 30 milioni di euro dalla Regione. L’elenco delle prestazioni offerte da ogni struttura, e dei relativi finanziamenti, è lungo.

Eppure non è la prima volta che le strutture del Gruppo San Raffaele finiscono al centro di indagini e inchieste. La casa di cura San Raffaele di Velletri è stata oggetto di un’inchiesta per “irregolare erogazione di prestazioni di riabilitazione eseguite presso strutture convenzionate”. Nel 2011 Corte dei Conti disponeva il sequestro preventivo di sei cliniche del gruppo San Raffaele per 134 milioni di euro, corrispondenti al danno subìto dal SSN. Anche la Casa di Cura di Cassino è stata al centro di un’inchiesta di rimborsi illeciti producendo, dal 2007 al 2009, un danno erariale per irregolarità delle prestazioni di 85 milioni di euro. Questi e altri episodi, legati a crediti milionari vantati e non riconosciuti, minacce di chiusure e di licenziamenti, costellano da anni il rapporto tra la Regione e il gruppo Angelucci che, nonostante tutto, continua a crescere, grazie alle convenzioni con la sanità pubblica.

Di Sarah Gainsforth e Valerio Renzi