L’epidemia di coronavirus ha portato alla luce gli effetti di anni di tagli alla sanità pubblica, svelando gli squilibri nella gestione pubblico-privata. La bilancia si è spostata sempre più verso il settore privato, ma alla prova dell’emergenza il settore pubblico si è rivelato fondamentale, gestendo oltre il 90% degli accessi in pronto soccorso. Intanto i contagi nelle RSA hanno rivelato i nodi irrisolti della sanità territoriale: su un campione di circa 8mila casi di contagio Covid diagnosticati dal 1 aprile, il 49% dei casi ha contratto la malattia in una residenza sanitaria assistenziale (RSA).

La riorganizzare la rete ospedaliera pubblica negli ultimi anni ha accorpato strutture e funzioni, chiudendo alcuni ospedali o trasformandoli in case della salute, con l’intenzione di potenziare i servizi territoriali e bilanciare la contrazione dell’offerta pubblica. Dal 2010 al 2017 sono stati tagliati 32.717 posti letto in Italia secondo una recente indagine. La riduzione ha riguardato soprattutto quelli pubblici con -16.2%, rispetto a -6.3% del privato accreditato. I posti letto sono poi aumentati (circa 10.000 posti) tra il 2014 e il 2016 secondo l’Istat, ma sono perlopiù di privati.

Stesso discorso per i medici, diminuiti del 9,5% nelle strutture pubbliche, e aumentati del 15% nel settore privato, anche pe la fuga dal pubblico. I medici di famiglia, principale riferimento dell’assistenza territoriale, sono diminuiti del 4%. “Il calo dei medici operanti negli ospedali pubblici vede la sua genesi nel mancato fisiologico ricambio generazionale, nella pessima programmazione nazionale, in un decennio di blocco del turn-over, in investimenti insufficienti nei contratti di formazione specialistica mai tarati sulle effettive esigenze – si legge nell’indagine.

Se le strutture territoriali residenziali e semiresidenziali che trattano i casi meno gravi svolgono un ruolo importante per favorire la deospedalizzazione, di fatto il pubblico continua a gestire tutto il peso dell’urgenza, che assorbe costi alti, mentre i piccoli centri privati dispersi nel territorio, perlopiù case di cura, si sono specializzate nei servizi più remunerativi come i ricoveri per riabilitazione. I tagli alla sanità pubblica hanno accentuato lo squilibrio tra le strutture pubbliche e quelle private convenzionate, favorendo le seconde.

Lo Stato spende il 20% della spesa sanitaria complessiva per le prestazioni erogate dai privati accreditati (in aumento del 2% dal 2017), che detengono il 31% del totale dei posti letto complessivi per l'assistenza ospedaliera, prevalentemente concentrati presso le case di cura private accreditate. Oltre in quarto dei ricoveri in Italia è nel privato convenzionato.

Il Lazio ha perso il 30% dei posti letto nelle strutture ospedaliere (pubbliche e private) tra il 2001 e il 2014 (passando da 31.163 a 22.033 posti), nonostante un forte incremento della popolazione anziana, non compensata da una contestuale crescita di servizi paralleli o dall’aumento di posti letto nelle RSA, secondo un rapporto 2016 di Uil Roma e Lazio ed Eures.

Oggi il Lazio è seconda in classifica per peso del settore privato dopo la Lombardia. Un quarto della spesa pubblica (24,5%) va ai privati convenzionati e oltre la metà dei posti letto totali nel Lazio è in strutture private accreditate. Anche per quanto riguarda i ricoveri “il Lazio è l’unica regione in cui il peso del privato accreditato è equivalente a quello pubblico (51% di ricoveri ospedalieri)” secondo il rapporto Oasi 2019. Se la metà dei ricoveri per “acuti”, i casi più gravi, a livello nazionale è principalmente presidiata dal pubblico (76%), nel Lazio il 49% è gestito da privati accreditati.

Il pubblico resta cruciale per gestire le urgenze (con, per esempio, l’85% dei posti letto di terapia intensiva, ma nel Lazio i privati ne gestiscono il 36%), i privati si sono specializzati nelle attività più remunerative per i casi meno gravi, i cosiddetti ricoveri post-acuti: il 43% dei ricoveri per lungo degenza e il 76% dei ricoveri per riabilitazione a livello nazionale. Nel Lazio il 92% dei posti letto per ricoveri post-acuti è presso strutture private accreditate.

Dunque l’attività territoriale è gestita soprattutto dai privati che, secondo il rapporto Oasi 2019, “hanno trovato spazi di sviluppo imprenditoriale sempre più ampi a fronte di una rete di offerta pubblica poco sviluppata”. Nel giro di 20 anni il loro peso complessivo è infatti aumentato dal 39% al 57,3%. A livello nazionale i privati gestiscono l’82% delle strutture residenziali e il 68,6% di quelle semiresidenziali. In molti territori gli enti accreditati sono l'unico punto di riferimento per chi deve fare fisioterapia o affrontare una degenza.

“Il mercato a pagamento, nel quale confluisce una quota della domanda insoddisfatta del SSN, diviene un’area sempre più̀ strategica” è la conclusione del rapporto OASIS 2019. I “grandi player privati accreditati”, perlopiù enti for-profit talvolta con sede all’estero, erogatori di attività in regime SSNN, hanno mostrato “ottime performance reddituali” con significativi incrementi medi annui dei ricavi nel periodo di tempo analizzato, dal 2014 al 2017, anche grazie alle numerose acquisizioni. Per esempio: +128 milioni per il gruppo Synlab, +143 milioni per Villa Maria, + 245 milioni di euro per il gruppo Humanitas. Questo avveniva mentre si tagliavano gli ospedali pubblici in nome di una sanità di territorio che, per dirla con il Censis, "non è mai decollata".