L’omicidio di Marco Vannini
in foto: L’omicidio di Marco Vannini

Il capo della procura di Civitavecchia Andrea Vardaro è intervenuto in difesa del pubblico ministero che ha condotto le indagini sulla morte di Marco Vannini, Alessandra D'Amore. Con una nota riportata dall'agenzia di stampa Ansa il procuratore della Repubblica di Civitavecchia ha risposto indirettamente al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede che ha avviato un'azione disciplinare nei confronti del pm, contestandole presunte superficialità nelle indagini. Il capo della procura risponde in realtà agli articoli apparsi negli ultimi giorni, ricostruendo punto per punto ciò che è stato fatto nell'inchiesta e respingendo le accuse di aver agito con approssimazione o lasciando lacune nelle indagini. A sostegno della corretta impostazione dell'inchiesta, il procuratore Vardaro cita anche la recente decisione della Cassazione che ha annullato la sentenza d'appello che aveva ridotto la pena per Antonio Ciontoli – principale imputato per la morte di Marco, condannato a 14 anni per omicidio volontario in primo grado e poi a 5 anni per omicidio colposo in appello -, disponendo un nuovo processo d'appello anche per i famigliari di Ciontoli – moglie e figli, tra cui l'allora fidanzata di Vannini – condannati a 3 anni sempre per omicidio colposo.

Anche la famiglia Vannini ha difeso l'operato della procura

Dal "capillare sopralluogo" alla villetta di Ladispoli in cui avvenne la tragedia, fino al "prelievo di sostanze ematiche" e a quello dei residui di polvere da sparo, per arrivare alla decisione di mettere sotto controllo i telefoni di Antonio Ciontoli e dei famigliari: secondo il procuratore Vardaro, insomma, è stato fatto tutto ciò che si doveva per contribuire "in maniera determinante all'accertamento della dinamica dei fatti". Anche l'avvocato della famiglia Vannini ha difeso l'operato della procura di Civitavecchia: "Non commentiamo, per correttezza, l'iniziativa del Ministro. Senza fare alcuna valutazione è, però, oggettivamente doveroso notare che il Pubblico Ministero ha contestato l'accusa di omicidio volontario quando ci credevano solo le parti civili, ha ottenuto il rinvio a giudizio e la successiva condanna, di Antonio Ciontoli, per omicidio volontario; ha proposto appello chiedendo la condanna per omicidio volontario anche per i familiari – aveva scritto in una nota l'avvocato Celestino Gnazi -. Il problema, dunque, non è nelle prove, che sono imponenti e sono agli atti. Il problema, semmai, è la valutazione (secondo le parti civili, riduttiva ed illogica) data a quelle prove dai Giudici di merito".