I legali della famiglia Ciontoli, Andrea Miroli e Pietro Messina, hanno risposto al ministro dell'Interno Matteo Salvini, che ieri con un post su Facebook commentava la sentenza d'appello elargita dai giudici in secondo grado per l'omicidio di Marco Vannini. "La vita di un ragazzo di vent’anni, ucciso in maniera vigliacca, vale solo cinque anni di carcere? E gli assassini chiedono anche uno sconto… VERGOGNA. Questa non è “giustizia”.". "Restiamo meravigliati nel constatare come la ricerca del consenso popolare possa in qualche modo offuscare la caratura istituzionale di un Ministro della Repubblica – hanno commentato in un comunicato stampa i legali della famiglia Ciontoli – Purtroppo siamo di nuovo amaramente costretti a prendere atto di come il Ministro Salvini preferisca etichettare le sentenze dei Giudici ed il diritto dei cittadini di ricorrere anche alla Suprema Corte di Cassazione come una “vergogna”, dimostrando, ancora una volta, una pervicacia unica nell’infrangere quell’antico (e non ancora abolito) principio della divisione dei poteri insito in ogni stato di diritto, al quale, evidentemente, il personaggio fatica ad abituarsi".

I legali della famiglia Ciontoli: "Tutti hanno diritto a un processo equo"

Una risposta dura quella dei legali della famiglia Ciontoli, che rivendica il diritto costituzionale di rivolgersi alla Corte di Cassazione. Non senza lanciare una frecciatina a Salvini in merito al caso Siri, anche se non nominato espressamente. "Facciamo, inoltre, sommessamente presente che nella nostra Carta fondante è sancito, in più punti, il diritto irrinunciabile alla difesa giurisdizionale dei diritti all’interno di un processo “equo”, dinnanzi ad un giudice terzo ed imparziale, nel contraddittorio delle parti; lo stesso diritto che, giustamente, vanta un autorevole membro del suo partito, attualmente sottoposto ad indagini, per il quale, al contrario, abbiamo notato da parte dello stesso Ministro un solerte, quanto granitico garantismo, che ci fa ben sperare per il futuro. Auspichiamo, quindi, che ulteriori uscite pubbliche non siano dettate esclusivamente dalla smania di emergere, quanto, piuttosto, dalla volontà di esprimere autorevoli considerazioni e lucide valutazioni, magari degne della carica istituzionale ricoperta".