Una folla si è radunata in piazza del Monte di Pietà, a Roma, per dare l'ultimo saluto a vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, ucciso la notte del 26 luglio a coltellate. Alle 15.30 è arrivata la moglie, Rosa Maria Esilio, visibilmente distrutta dalla tragedia, che ha accompagnato il feretro. Cerciello Rega e la moglie si erano sposati un mese e mezzo fa, il 13 giugno, a Somma Vesuviana, comune in provincia di Napoli di cui era originario il carabiniere. La camera ardente è stata aperta alle ore 16 circa. Oggi a Roma sono in tanti quelli che hanno voluto manifestare vicinanza al militare, alla giovane moglie e all'Arma, portando mazzi di fiori. Nei giorni scorsi altre manifestazioni di solidarietà c'erano state in varie città italiane: davanti alle caserme dei carabinieri erano stati lasciati fiori e bigliettini. I fendenti, come detto dal sindaco di Somma Vesuviana, non sarebbero otto, come inizialmente riferito, ma ben 11.

Davanti alla camera ardente, malgrado la pioggia a intervalli, la folla si era riunita in un commosso silenzio fin dalle 15, all'apertura una lunga fila composta si è avviata verso l'interno della cappella. Tra i presenti, non riesce a celare la commozione il comandante dei carabinieri di piazza Farnese, Sandro Ottaviani, dove prestava servizio Rega; ha reso omaggio alla salma insieme al comandante Provinciale dei Carabinieri di Roma, Francesco Gargano. Alle 18.30 la sindaca Virginia Raggi si recherà alla camera ardente.

I funerali si terranno domani, 29 luglio, a Somma Vesuviana, nella chiesa di Santa Croce, in via Santa Maria del Pozzo, la stessa in cui la coppia si era sposata. Alle esequie è prevista la presenza del vicepremier Luigi Di Maio e del presidente della Camera Roberto Fico.

Il sindaco di Somma Vesuviana: "Le coltellate erano 11, non 8"

"Chi lo ha ucciso è un animale, perché le coltellate che ha ricevuto sono state 11, non 8". Lo ha detto il sindaco di Somma Vesuviana, Salvatore Di Sarno, uscendo dalla camera ardente del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. "Era mio dovere essere qui oggi – ha continuato – perché rappresento la città e perché ero un suo amico. Non infanghiamo il nome di Mario, come sto leggendo su alcuni articoli di giornale, non lo merita. Era un galantuomo, un umile servitore dello Stato che ha pagato a caro prezzo il suo lavoro".

"Ai giudici dico – ha concluso Di Sarno – non siate parsimoniosi, c'è bisogno di rispetto per la divisa, per gli uomini che prestano la loro vita allo Stato".