Immaginate di essere scappate da un compagno che ogni giorno picchiava voi e i vostri figli. Che abusava del vostro corpo e vi sottoponeva a torture psicologiche. Immaginate di voler cambiare vita, di aver deciso di fuggire. E di approdare in una casa famiglia, il primo step per ricominciare da capo. Ci si aspetterebbe di trovare personale preparato, empatico e pronto ad assistere donne e bambini abusati per anni. Purtroppo, questo non è sempre quello che accade. Quella che vi stiamo per raccontare è la storia di un gruppo di donne che sono approdate in una casa famiglia e sono state maltrattate per mesi, fisicamente e psicologicamente, dalla responsabile dell'istituto. Sono state costrette a mangiare cibo avariato, umiliate con perquisizioni nelle loro stanze, lasciate appositamente a soqquadro per costringerle a riordinare. Se facevano cinque minuti di ritardo venivano strattonate violentemente e spaventate dalla direttrice con la minaccia che avrebbe portato loro via i bambini, dicendo falsità al Tribunale dei minori. Cosa che è successa, in più di un'occasione. Una donna è stata fatta spogliare perché sospettata di avere un microfono addosso. Un fatto di una gravità inaudita, che si sentiva autorizzata a compiere forte del terrore che esercitava su tutte.

La responsabile dell'istituto è stata condannata a tre anni di reclusione in primo grado con il rito abbreviato per maltrattamenti e per aver inviato relazioni false al Tribunale dei minori, dicendo che le madri non erano in gradi di badare ai figli. Dovrà risarcire le quattro donne per un totale di 50mila euro. A darne notizia è la cooperativa sociale Befree, che da anni si occupa di tratta, violenze, e discriminazioni di genere. Ed è stato proprio lo studio legale di Befree ad assistere le quattro donne ospiti della casa famiglia che hanno avuto il coraggio di dire basta e sporgere denuncia nei confronti della responsabile. Le indagini, condotte dalla quarta sezione della Squadra Mobile di Roma, hanno fatto uscire allo scoperto ciò che accadeva realmente nelle stanze della struttura. E così, si è potuti andare a processo.

"Questa bruttissima storia nasce il 30 marzo 2018 – spiega a Fanpage.it l'avvocata Carla Quinto, che ha rappresentato le donne nella causa contro la responsabile della casa famiglia – Un'assistente sociale ha parlato con una donna ospite della struttura e ha saputo dei maltrattamenti. È stata l'unica che ha avuto il coraggio di indagare, che ha convocato le operatrici e le psicologhe della casa famiglia per capire cosa stesse accadendo". Il quadro che l'assistente sociale si è trovata davanti, è uno di quelli più difficili: tutti sapevano, ma erano talmente intimoriti che pur subendo angherie non avevano mai avuto il coraggio di denunciare. "Quando la prima donna ha denunciato – continua Quinto – Il castello di carte è caduto e tutte hanno confermato i maltrattamenti".

"Si tratta di donne che provenivano da situazioni familiari di violenza da parte del proprio compagno, sono arrivate nella casa famiglia e si sono trovate in un lager – continua l'avvocata – Il problema di queste strutture è che, a differenza dei centri antiviolenza che funzionano con i bandi pubblici, i controlli da parte del Tribunale dei minorenni e dei servizi sociali non ci sono quasi mai. Nei casi dove abbiamo visto episodi di minori abusati, non si è mai verificato cosa si faceva nelle strutture".

La casa famiglia teatro di questi episodi di violenza riceveva dai servizi sociali una retta mensile per ogni donna. Soldi che, spiega l'avvocata Quinto, sarebbe interessante sapere dove siano finiti. "La responsabile della struttura si riforniva presso un ristorante dove prendeva cibo avariato. Dato che nella retta ricevuta è compreso il vitto, questi sono soldi sottratti allo Stato e si sarebbe dovuto indagare sui conti correnti per vedere questo denaro che fine ha fatto".