A cura di Roberta Benvenuto

Due volte più vulnerabili, due volte più discriminate: sono le donne con disabilità vittime di violenza. Un fenomeno sommerso perché le prime a non decodificare l’abuso subìto sono proprio loro, donne con problemi di salute, motorii, linguistici, di comprensione che non hanno l’educazione sessuale necessaria a definire ciò che è amore da ciò che non lo è. Ciò che è violenza da tutto il resto. Secondo i dati Istat del 2014 sulla violenza di genere in Italia “ha subìto violenze fisiche o sessuali il 36 per cento di chi è in cattive condizioni di salute e il 36,6 per cento di chi ha limitazioni gravi”. Il rischio di subire stupri o tentati stupri è doppio (10 per cento contro il 4,7 per cento) delle donne senza problemi. Eppure in poche arrivano ai centri anti-violenza, e sono scarsissimi i dati. Come è poca la consapevolezza delle vittime ma anche degli addetti. Colpa di un tabù: "Una donna che ha una disabilità fisica ad esempio, viene percepita come asessuata, come fosse una bambina”, spiega a Fanpage.it Rosalba Taddeini, psicologa di Differenza Donna e responsabile del primo e unico Osservatorio sulla violenza contro le donne con disabilità. Dunque, non le saranno dati gli strumenti per riconoscere la violenza sessuale. Nei focus group che hanno accompagnato la nascita dell’Osservatorio c’era chi ha raccontato di essere stata quasi strozzata dal suo compagno. Ma quelle mani al collo sono state percepite dalla vittima come “normali, come fanno nelle soap opera – racconta Taddeini –  un gesto di gelosia, una dimostrazione di affetto”.

La storia di Maria Paola

Maria Paola ha 27 anni, vive in un centro anti-violenza con altre sette donne, e ha una lieve disfunzione cognitiva. È scappata da un ambiente familiare “non pacifico” e si è ritrovata a convivere con un uomo che amava ma che la violentava “fisicamente e verbalmente”. “Era possessivo, mi ha tolto il cellulare. Ma io pensavo che quelle attenzioni fossero per il mio bene”, confessa. Fino a quando la violenza non è arrivata al culmine: presa per i capelli e trascinata in una piazza, picchiata in ogni modo ha deciso di reagire. “Tentavo di scappare ma mi riprendeva, chiedevo aiuto alle macchine, ma lui faceva finta di niente quando passavano". Segregata in casa per una settimana, Maria Paola pensava di morire, “ma mi sono fatta forza e sono fuggita scalza e senza cellulare. Ho denunciato. Adesso sono libera”.

Quando le donne non vengono credute

Ci sono poi le donne che non vengono credute. Quando, ad  esempio, la vittima ha problemi intellettivi, cognitivi o psicologici, immediatamente “si pensa che la denuncia e l’espressione dell’abuso siano collegati alla malattia o a una fantasia, ad un bisogno di affetto”, spiega Taddeini. Ed è per questo – complice l’impreparazione e il pregiudizio sulle disabili anche da parte degli addetti, dai servizi sociali alle forze dell’ordine – che alla fine sono pochi gli abusi che vengono a galla. C’è il caso di una donna stuprata sistematicamente 3 volte al giorno dall’ex compagno della madre per 20 anni: dai 7 ai 27. Lo riferiva, ma nessuno la ascoltava. Solo la sua terapista le ha creduto, ha denunciato e fatto scattare le indagini ambientali portando all’arresto dell’uomo.

Tradite dalla persona da cui sono dipendenti

A questo c’è da aggiungere il “fattore dipendenza” perché chi ha una disabilità ha bisogno dell’altro. Una fiducia necessaria che quando viene tradita moltiplica la viltà di un gesto già difficilmente perdonabile. Emanuela ha una disfunzione motoria, non cammina fin dalla nascita. Era ancora minorenne quando è stata violentata da chi doveva prendersi cura di lei. “Amavo fare ippoterapia, ma quel giorno pioveva. Il sostituto del mio terapista mi ha detto che avremmo fatto una lezione teorica”. Poi ha voluto vedere la sua schiena per farle una tecnica di respirazione, a suo dire. “Camminerai bene”, è stata la promessa. “Mi sono chinata sul tavolo e ho sentito che mi tirava giù le mutande. Poi spingeva. Lo facciamo anche davanti, mi ha detto, facendomi sedere su di lui”. Emanuela non capiva lo stupro che stava subendo, si è fidata di quello che doveva essere il suo terapista e si è rivelato un orco. “Una donna con un impedimento fisico e motorio non può prescindere dall’aiuto di chi le sta di volta in volta attorno”, spiega la psicologa Taddeini. Questa condizione porta alla dipendenza, e spesso a chiudere gli occhi, a far finta di non vedere, a non agire. Un prigione definita “impotenza appresa”. Non solo. C’è anche la paura di perdere il servizio, i sussidi, le terapie per cui a volte anche i parenti minimizzano i campanelli di allarme.

L'Osservatorio sulla violenza contro le donne con disabilità

Nel 2014 le operatrici della Ong Differenza Donna che dal 1989 si occupa di diritti di genere si sono chieste perché pochissime disabili avessero accesso ai centri anti-violenza. Così è nato l’esperimento pilota che ha portato alla nascita dell’Osservatorio che sarà presentato il 25 novembre 2018, nella Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Dalla metà del 2014 ad oggi sono 98 le donne che hanno deciso di partecipare a questo studio preliminare. Vanno dai 18 ai 67 anni. Dai risultati de focus pilota che Fanpage è in grado di anticipare, emerge che il fenomeno riguarda soprattutto le italiane: sono il 97 per cento di quelle accolte o ospitate presso Centri Antiviolenza e Case rifugio. Il 27 per cento ha subito maltrattamenti in famiglia, dal marito, compagno, fidanzato, genitori, mentre il 73 per cento ha subito violenza sessuale da conoscenti e sconosciuti. Alcune hanno subito molteplici forme di violenza: 3 donne costrette al matrimonio forzato e 7 indotte alla prostituzione. Tra le donne con disabilità seguite dalla Ong, il 65 per cento presenta una disabilità cognitiva/intellettiva, il 25 per cento una disabilità fisica, l’8 per cento una disabilità fisica e intellettiva e il 7 per cento una disabilità psichiatrica.

Questi sono i primi dati di “un lavoro indispensabile per impostare poi politiche corrette e adeguate. I mezzi su cui l’Osservatorio baserà la sua attività saranno la banca dati, un luogo di documentazione permanente, le ricerche, e la pubblicazione di dati statistici sulle donne con disabilità vittime di violenza”, conclude Taddeini. “Una questione di salute pubblica” ma anche “una violazione dei diritti umani”. Di sicuro è un primo passo per portare alla luce un fenomeno mai sondato finora. Occultato sotto i colpi di una doppia discriminazione e di una doppia vulnerabilità. Perché donne e perché diversamente abili in una società ancora non in grado di accogliere la disabilità come un intero – compresa la sua sessualità – ma sempre come eccezione, mancanza, non-normalità.