Antonio Ciontoli e tutti i suoi familiari, con i loro silenzi e le loro menzogne, aggravarono irrimediabilmente la situazione. E lo fecero avendo bene in mente che la loro condotta avrebbe potuto causare la morte di Marco Vanini. Queste le considerazioni che hanno spinto i magistrati della procura a presentare un ricorso alla Corte di Cassazione per impugnare la condanna in appello a cinque anni per Ciontoli, a cui non è stato riconosciuto, a differenza della sentenza di primo grado, il reato di omicidio volontario, ma quello di omicidio colposo.

La prima considerazione che i pm fanno in merito alla sentenza d'appello è in merito alla  "lontananza dalla condotta standard" dei Ciontoli, che "hanno assunto un contegno del tutto abnorme e notevolmente difforme rispetto alla condotta alternativa da essi esigibile". Avrebbero dovuto segnalare tempestivamente al 118 e poi ai medici le reali circostanze del ferimento di Vannini e invece mentirono. "Dunque, l'incidenza del ritardo nel sollecitare i soccorsi e i riferimenti mendaci configurano a pieno titolo l'indicatore relativo alla lontananza dalla condotta standard, ma soprattutto essi sono sintomatici dell'adesione volontaristica all'evento collaterale", scrivono i pm. "La Corte sul punto, pur ritenendo assolutamente ami doverosa la condotta del Ciontoli, tuttavia non evidenzia in modo sufficiente quanto essa sia lontana da quella standard".

Non solo: altro elemento discriminante è la condotta dei Ciontoli, "omissiva e menzognera, la quale provocava un ritardo abnorme nei soccorsi, quantificabile in ben centodieci minuti, ha impedito un tempestivo e adeguato intervento degli operatori sanitari". In questo tempo i Ciontoli, soprattutto Antonio, hanno potuto valutare, sostengono i pm, i possibili risultati della loro condotta. Il capofamiglia, secondo i magistrati, aveva "piena consapevolezza della quasi certa verificazione dell'evento morte, in conseguenza di ferite da arma da fuoco".

Ciontoli sapeva che Vannini sarebbe potuto morire

In terzo luogo, centrale per i pm è la consapevolezza dei Ciontoli sul fatto che Vannini sarebbe potuto morire. "Seppure nell'imminenza dello sparo, le caratteristiche e le peculiarità della ferita potevano dimostrarsi ingannevoli, immediatamente dopo, si sono rivelate serie, poi critiche, infine gravi. La necessità di apprestare rapidi soccorsi si palesava in tutta la sua drammaticità, apparendo, via via, sempre più probabile la realizzazione dell'evento più tragico, come dimostrato dall'evidente peggioramento delle condizioni di salute del Vannini e dalle sue  grida di dolore". Ciontoli, che è un militare, non poteva non sapere che il proiettile, non fuoriuscito, stesse scatenando una emorragia interna che avrebbe potuto portare a una morte certa. "Proprio sotto  quest'ultimo aspetto la sentenza impugnata appare illogica perché si limita a ritenere la  verificazione dell'evento come meramente probabile".

Secondo i giudici d'appello la prova che Ciontoli non voleva uccidere è proprio nelle sue menzogne: voleva nascondere l'incidente per evitare la perdita del lavoro. La morte di Vannini, in questo senso, sarebbe un "fallimento del suo piano". "Tale affermazione – spiegano nel ricorso i pm – risulta viziata da intrinseca illogicità, in quanto già il semplice ferimento del Vannini si risolve nell'impossibilità ab origine della realizzazione dell'obiettivo prefissato, poiché già con tale evento l'imputato sarebbe stato esposto a possibili ripercussioni sul piano lavorativo. Pare, infatti, evidente che nessun medico avrebbe mai potuto assecondare le richieste del Ciontoli di falsificare un referto medico, omettendo di informare le autorità preposte".