Il murales dedicato al boss Serafino Cordaro, ucciso in un regolamento di conti
in foto: Il murales dedicato al boss Serafino Cordaro, ucciso in un regolamento di conti

Un'organizzazione mafiosa alla periferia di Roma, nel cuore di Tor Bella Monaca. Qui il clan Cordaro si è reso protagonista di alcuni efferati delitti e della gestione di giri di spaccio, cementando col tempo la propria posizione in un quartiere popolare segnato dalla disoccupazione e dall'emarginazione.

Le imputazioni nei confronti di vari esponenti della famiglia siciliana trapiantata nel quartiere delle Torri sono numerose, dall'aver organizzato una piazza di spaccio nel quartiere all'omicidio. Ieri, davanti alla Corte d'assise di Roma, dove il pm Simona Marazza ha chiesto l'ergastolo per quattro imputati e 42 anni di carcere nei confronti degli altri.

In totale undici persone, per i quali il rappresentante dell'accusa ha chiesto l'applicazione di pene precise e senza alcuno sconto, invocando il carcere a vita per quattro di loro e la reclusione tra i 3 e i 13 anni per i restanti sette. L'ergastolo è stato richiesto nei confronti di Valentino Iuliano, considerato uno dei responsabili dell'uccisione di Salvatore D'Agostino, commessa nel quartiere Giardinetti nel novembre del 2015; insieme a lui anche Silvio Lumicisi, Giuseppe e Salvatore Cordaro, accusati di aver architettato alcune vendette tra clan che hanno portato all'uccisione e al ferimento dei loro rivali nel territorio, come nel caso del pestaggio a Piero Trapasso nel 2014 e della gambizzazione a Giancarlo Tei nel 2015.

Nei confronti di altri sette imputati il pm Marazza ha avanzato la richiesta di reclusione tra i 3 e i 13 anni. Le accuse nei loro confronti riguardano non solo delitti e ritorsioni, ma anche traffico di stupefacenti, mercato nero di armi e riciclaggio di denaro. La sentenza definitiva della Corte d'assise è prevista per fine mese.

Nel 2016 vennero arrestati 37 membri del clan Cordaro

I processi nei confronti degli esponenti del clan Cordaro sono cominciati nel luglio del 2016, quando oltre 500 agenti della polizia arrestarono 37 membri dell'organizzazione al termine di una maxi operazione. Vennero tutti arrestati con l'accusa di associazione a delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, oltre all'imputazione di molteplici episodi di spaccio, porto abusivo di armi, riciclaggio, ricettazione, truffa ai danni dello Stato, falso, omicidio e tentato omicidio. Dall'investigazione emerse che la famiglia Cordaro poteva disporre di un'abitazione bunker, tenuta nascosta e utilizzata per custodire la droga e per proteggere i membri del clan. Ora quattro di loro rischiano l'ergastolo per dei crimini che scaturiscono da un momento preciso, vale a dire quando nel 2013 venne ucciso il boss Serafino Cordaro nel corso di una guerra tra clan, esattamente come in Gomorra ma con il diverso scenario della periferia della Capitale. Dopo la sua uccisione da parte del mandante Stefano Crescenzi i familiari gli dedicarono un murales della discordia, sul quale veniva ritratta la sua effige con una scritta a caratteri cubitali: "Serafino sei il nostro Angelo". Il murales è stato rimosso più volte, ma l'uccisione di Serafino aveva portato i suoi esponenti a una serie di vendette violente e sanguinarie, come le ripetute aggressioni ad Alessandro Carpineta, cugino dell'ucciso Salvatore d'Agostino.

Come il clan Cordaro si muoveva a Tor Bella Monaca

Tra le accuse c'è anche quella di associazione a delinquere di stampo mafioso, perché la famiglia Cordaro aveva tutti gli elementi e le caratteristiche di un gruppo criminale. Gestivano una piazza di spaccio a cielo aperto attorno al comparto R9 di Tor Bella Monaca, con tanto di deposito bunker e di vedette a perlustrare la zona giorno e notte. Avevano la possibilità di controllare il territorio in ogni suo centimetro, similmente alle famiglie Fasciani e Triassi. Chiunque era intenzionato a opporsi al loro potere era destinato a subire i colpi di pistole e kalashnikov.